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l a s   r a m a s   d e l   á r b o l

después de todo, ese individuo intrascendente era para alguien razón de pecado, amargura y deleite.

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autor Mensaje      
sicilia
registrado: 30-06-2005
respuestas: 29

"Un proyecto"

(algunos italianos que escriben en la Red)

02-07-2005 a las 08:58
sicilia
registrado: 30-06-2005
respuestas: 29

Re: "Un proyecto"

Due vizi della Signora G.
de Misery




“Brutto vizio!”, aveva detto a G. l’uomo col sacco di plastica. Si era bloccato giusto di fronte a lei quasi battendo i tacchi, si era sollevato sulla punta dei piedi uniti, aveva detto brutto vizio, aveva stretto con le mani la cima del suo sacco giallo di immondizie e poi l’aveva fissata come per chiedere una ricompensa.
G. era rimasta col braccio destro piegato in aria e la sigaretta fra le dita. Dal suo giaccone nero, grosso, rigido e bagnato aveva fissato l’uomo, molto bello, e il suo sacco giallo, leggermente trasparente. Dentro il sacco G. intuiva la differenziata residui secchi, piccoli contenitori deformati, colorati e pallidi.
“Ha ragione”, aveva detto G. all’uomo molto bello, che aveva gli occhi azzurri e i baffi grigi. “Ha ragione; però sa, io fumo solo di mercoledì, così”. Aveva alzato il mento, appena un po’. “E nemmeno tutti i mercoledì, poi”.
“Bruttissimo vizio anche di mercoledì, le dico. E le dico perché so, lo so com’è. Fumavo anch’io fino a tredici anni fa. Poi” e con una mano aveva tagliato l’aria “un infarto” e aveva annuito alzando le sopracciglia.
“Ah, mi spiace” e anche G. aveva alzato le sopracciglia.
“Così: basta. Stop. Però le dico che ci penso ancora, sa. Io ho smesso ma me lo sogno, di fumare. E quando dormo stanco, me lo sogno ancora di più. Quando sono stanco, dico, sogno di fumare. È come, è come…”
“Sìsì lo so, lo so com’è. Io non fumo da dodici anni” l’aveva interrotto G., aspirando una delle ultime boccate con l’occhio destro socchiuso.
“Ecco, allora sa cosa voglio dire”
“Certo, certo” aveva detto G. mandando fuori il fumo dalle narici. “Io ho smesso dodici anni fa. Con tutto che a me fumare non piaceva mica, poi. Non mi piaceva fumare perché non mi piaceva il sapore, capito come?”
“Sì, nemmeno a me piaceva il sapore”, aveva detto l’uomo molto bello. “Però non mi dispiace sognare di fumare”.
“Anche a me. Anch’io sogno sempre di fumare”, aveva detto G. buttando la sigaretta, e poi la corriera era arrivata e si erano salutati.



Il mozzicone di G. si era spento nella neve pestata e acquosa. Era, infatti, un’umidissima sera di un dicembre inquieto e freddo, e G. aveva aspettato con impazienza di entrare nel buio molle e odoroso della corriera Sita.
Se G. ci permettesse di entrare nei suoi pensieri, diremmo che era un’impazienza un poco ansiosa. Ed è solo per lenire la sua ansia che ci spingiamo a dire che cosa le era successo quel giorno.
Ogni mercoledì di quell’anno, dalle sedici alle ventidue, G. si recava in automobile nel paese di Pladigo, distante poco più di venti chilometri dalla città in cui viveva. Il viaggio, come altrove abbiamo raccontato, non le riusciva spiacevole, perché la isolava di necessità da ogni vera intenzione riguardo al mondo circostante, sul quale lei scivolava lenta, alla guida di una vecchia auto. La Statale Piovese la portava come un nastro, e ai suoi lati si ripartivano gli orridi e le meraviglie del progresso, oltre a mucche, biciclette e stagioni. In quella mezz’ora di fervoroso ozio lei poteva sporgersi sul mondo come da un palco, e questo talvolta le bastava a essere felice.
Anche quel mercoledì, dunque, G. era salita in auto pregustando il viaggio. Ma quel mercoledì alle quindici veniva che, per quanto lei girasse e rigirasse la chiavetta di accensione, il quadro restava cieco e il motore spento. ‘Ovvio’, pensò G., non rinunciando a concentrarsi sulla chiavetta, ‘ che è la batteria’.
‘Basta chiamare l’elettrauto’, si rassicurò seduta nella grande macchina inutile, estraendo il cellulare e facendo un numero di telefono trovato su una ricevuta. Appena formato il numero, però, fu il cellulare a comunicarle che era spiacente, ma che lei, la signora G., non aveva credito sufficiente a effettuare la chiamata. Uscì dall’auto. Pensò che non le restava che pigliare al volo una corriera. Corse pesticciando la neve acquosa, trascinandosi due borsoni pesanti di libri, verso via Facciolati. Salì senza fiato su una corriera Sita verde, larghissima e lucente, con scuri vetri antiriflesso. Senza credito e, come non tardò ad accorgersi, senza soldi per il biglietto, G. sprofondò in terza fila cercando di assumere l’aspetto di un’abbonata.



“Ma lei gli orsi li ha visti?”
“Ma certo che lli ho visti, gli orsi. Ma sono dappertutto, gli orsi.”
“Ma attaccano gli uomini?”
“Ma no, ma no. Lloro cercano sollo del cibo, vengono verso i villlaggi. Cercano cibo, no?”
“Ma anche orsi bianchi, dico?”
“Ma no, ma no! Ma lli orsi bianchi stanno più a nord. No, lì nella taigà si sono lli orsi neri, bruni, non so come li chiama llei”.
Erano così interessati alla loro conversazione, che G. pensò che al conducente non sarebbe mai venuto in mente di chiederle il biglietto. Poteva avere trent’anni, e guidava ruotando a tutte braccia un enorme volante infisso in un cruscotto scintillante di punti e numeri colorati. Un termometro digitale oscillava ogni paio di secondi tra i 22.5 e i 23.0 gradi
“Ma sa che io farei di tutto per vedere un orso, per incontrarlo?”
“Ma è facille, no? C’è tanto turismo ormai, anche da noi”.
“Ma è che è lontano”.
“E sì che è llontano, Siberia. Siberia è tanto llontana e tutti si dimenticano. Io sono qui da quindici anni ormai e sento che tutti parlano di Ucraina – sì sì, in Ucraina non stanno bene, d’accordo – e poi parllano di Llituania, e va bene, anche llà non stanno bene. Ma Siberia. Ma qui sapete niente di quelllo che è successo, che succede in Siberia. Lle città senza più gente. Lla università, a Vladivostock, senza più ricercatori. Lla taigà che viene avanti nellle città. Lla fame, lla fame in Siberia – si può immaginare che cos’è non trovare da mangiare in Siberia?”
Il conducente annuì energicamente; aveva un berretto di lana nera da pescatore.
“Ah-ah”, sospirò l’uomo che veniva dalla Siberia. Scosse la testa dai lunghi e sottili capelli grigi e infilò le dita tra le pagine di un libro che aveva in mano.
“Ah-ah”, ripeté.
Poi i due tacquero fino quasi alla fermata della facoltà di Scienze forestali, nel villaggio universitario di Agripolis.
“Scusi se l’ho disturbata e non l’ho lasciata leggere, professore, eh.”
“Ma no, ma no. Prego. Sono venti minuti, cosa vuolle che sia.”
“Arrivederci professore”
“Arrivederci”.



Nell’umido incerto e freddo, G. vede arrivare la sua Sita del ritorno, azzurro cupo nel buio della sera, splendente di fari e insegne puntinate di luci con il nome Padova ...... Padova ...... Padova ..... che si rincorre in alto e poi si ferma e lampeggia; ecco che proprio mentre la vede arrivare il nome lampeggia, e il pensiero che lei è ancora senza soldi raggiunge la sua coscienza e prende a ripetersi sempre uguale.
La porta sfiata giusto davanti a lei e al suo pensiero puntinato luminoso. Davanti a quella porta aperta ora lei sa, sa a ripetizione, di avere in tasca solo ottanta centesimi di euro.
‘Ma vuoi che ci sia il controllore? Alle dieci di sera? All’ultima corsa?’, si dice la signora senza crediti.
Il controllore c’è. Suoi sono i primi occhi che lei incontra salendo impacciata. Sono occhi azzurro pietra; più sotto c’è un folto, virile pizzetto grigio ferro molto curato; più sotto, occhiali da lettura a mezzaluna, montatura in metallo, agganciati a una catenella su un’uniforme avio a giaccone.
‘Non ci sarà niente da fare’, si dice la signora senza crediti distogliendo lo sguardo dal controllore. Procede ignorando l’obliteratrice gialla per depositare sul primo sedile vuoto i suoi borsoni.
Intanto pensa. Quando si trova a essere una signora senza crediti, G. sente uno speciale obbligo di mostrarsi padrona della situazione. Per la frequenza con cui ciò le accade, si potrebbe anche dire che cercare questo estremo senso di padronanza sia il più vizioso dei suoi piaceri. È un gusto difficile, che lei non ammetterebbe mai di gradire: ed è per questo che ci troviamo nell’ingrata posizione di doverne raccontare noi.
La signora senza crediti pensa in fretta a una soluzione decorosa, mentre è ancora in piedi a fianco del terzo sedile. Gira gli occhi sui due soli passeggeri di quest’ultima corsa: una giovane donna bionda, le cui spalle minute e dritte non toccano nemmeno lo schienale, il primo dietro il conducente; e un ragazzo africano seduto sull’altro lato del corridoio, in terza fila. Il ragazzo ha pantaloni di cotone a righe multicolori, e tiene a fianco un borsone nero spalancato pieno di spugne turchesi e arancio, tovaglie fiorate e altri capi indecifrabili verde scuro, ocra, terra, tutti impacchettati con fili di rafia. ‘Che strane, le cose del mare, a dicembre; torna da Chioggia, di sicuro’, pensa la signora senza crediti. È l’attimo prima della sua entrata in scena, al centro del corridoio.

Estrae il portafoglio dalla borsa, fa scorrere la cerniera con un ritmo in tre tempi, quanti sono i lati dell’oggetto – ottanta centesimi, lo sapevo – prende la carta di identità e lo richiude con altri tre gesti secchi; si raddrizza dentro il suo giaccone nero; definisce un’espressione sulla faccia, una qualunque; si passa una mano tra i capelli; si bilancia al centro del corridoio e dice a voce alta rivolta al controllore, seduto di spalle nel primo sedile a destra del conducente:
“Io sono senza biglietto e non ho neanche un euro, le do subito la carta d’identità così può mandarmi il conto a casa”. In un solo fiato, forte e chiaro.
Il controllore resta immobile al suo posto per diversi secondi, sembra quasi non avere sentito. Poi si batte le mani sulle ginocchia e si alza ruotando il busto verso la signora senza crediti.
Sta dicendo: “Ma tutte stasera mi devono capitare. Tutte a me. Pff-ff-fff. Guardi che sono trenta euro”.
“Lo so, ma io non ho nemmeno un soldo, niente”, dice G. sempre più sorridente. “Nemmeno uno”, spavalda, ora.
“Ma sono trenta euro, mica pochi, pff-ff. Ma è sicura? non ha cinque euro?”
“No, mi spiace. Non ho nemmeno un soldo. Niente niente.”, insiste G.
Mentre il controllore, scuotendo la testa, torna a sedere lentissimo, G. dà un’occhiata alla giovane donna bionda. S’è voltata verso il finestrino. La signora senza crediti non può vedere se sta guardando il buio fuori, discretamente, o se si sta godendo il riflesso della scena sul vetro. In ogni caso, G. si sente censurata dal viso distolto della giovane.


Ora G. sente tre piccoli colpi sulla spalla destra. È un tocco leggero, rapido, che però la scuote come da un dormiveglia. Chi la cerca? Chi può toccarla sulla spalla? Chi conosce il suo sonno?
Si volta adagio e trova il viso largo del ragazzo africano. Ha un dito sulle labbra, per chiedere silenzio. Con l’altra mano le sta porgendo qualcosa. G. allunga il palmo aperto e il ragazzo vi fa scivolare delle monete dorate. Sono, G. li intravvede nel rapido passaggio, cinque dischetti da un euro. G. chiude la mano, passa con lo sguardo dagli occhi del ragazzo al fondo della corriera deserta e buia, e poi si gira di scatto verso il controllore.

“Guardi qui com’è stato gentile questo signore”, esulta.
Il controllore resta fermo, come bloccato; aveva estratto un blocco giallo e G., da dietro, ora lo vede fermo con la penna a mezz’aria. Poi, ancora più adagio della prima volta, il controllore si alza in piedi e si volta verso G.
“Questo signore chi?”, chiede lasciando cadere gli occhiali sul petto.
“Questo signore qui!”, dice G. indicando il ragazzo africano.
Il controllore, ormai G. lo sa, ha queste strane reazioni ritardate, qualcosa che lo rende imprevedibile e perciò temibile. Ora, per esempio, sta tacendo molto. E il silenzio si accompagna a un curioso movimento: si stira con tutto il torso ad arco sopra i tre sedili che lo separano dal ragazzo africano. Sta – G. lo vede passare proprio davanti ai suoi occhi – sta allungando un braccio lento e minaccioso proprio nella direzione del ragazzo. Un braccio che sembra non finire più.
“Ah ma allora sei uno stronzo! Uno stronzo, sei! Uno stronzo vero!”.
È curioso come urla il controllore: con una specie di impeto massimo – il volume è altissimo – ma bloccato, fermo. Un insulto come un tuffo alla moviola, in cui l’ira si dichiari a fotogrammi.
L’esplosione però è floridissima. Il braccio si allunga ancora verso il ragazzo, elastico. Così spiegato, in questa sua posa arcuata e tesa, il controllore appare a G. grandissimo. Lei ha paura, si sente d’improvviso seduta schiacciata, com’è seduto schiacciato il ragazzo, e vorrebbe abbassarsi di più.
“Ecco cosa ci si guadagna, ecco cosa. Ah ma non mi capita più, non mi capita mai più, mai finché vivo, stai sicuro! Ah non avevi i soldi, eh? Eh stronzo? Stronzo che non aveva i soldi, lui! Sei uno stronzo. Sei un pezzo di merda.”
“Ma che, ma che cosa?”, cerca di chiedere G. attonita.
“Non aveva i soldi, capito? È salito e non aveva abbastanza soldi, lo stronzo! Capito? E adesso salta fuori che li aveva! Capito? Eh? Quando gli fa comodo li hanno, i soldi, eccome se li hanno, sti stronzi, i soldi. Stronzo, vienimi sotto un’altra volta e vedi”.
Poi all’improvviso tace, si sgonfia come un sacco vuoto e torna dritto, mentre la sua giacca appare a G. rigida e vuota. Infine si gira e piomba seduto sul sedile. Cancella quello che stava scrivendo sul blocco giallo.
“Be’ insomma, ma cos’è successo?”, prova a chiedere G. intimorita.
“È salito e non aveva i soldi per fare il biglietto”, dice il conducente. “Ha detto che aveva solo due euro e ha dato quelli.”
“Ah be’, allora se è per questo ecco qui, ecco”. G. conta tre euro dalle monete che il ragazzo le ha dato, e le dà al controllore. “E occorre arrabbiarsi tanto? Lui le ha date a me, e ora lei fa il biglietto a lui. Cosa c’è di male, eh? E le pare il caso di urlare in quella maniera?”, dice G. al controllore, che però non dice più nemmeno una parola. Scrive su un blocco bianco, lento, preciso, esatto, d’improvviso calmo.
G. si volta verso il ragazzo e gli restituisce due euro, chiedendogli scusa più volte. Lui le fa cenno con la mano, non fa niente, mette in tasca le due monete. Si sorridono, si fanno facce eloquenti finché il ragazzo prende a guardare fuori dal finestrino e fa ballare una gamba multicolore.
Il controllore dà al ragazzo un biglietto compilato, senza dire una parola.




È in quel momento che G., seduta a fianco del ragazzo, avrebbe potuto chiedersi dove sarebbero finiti, senza quell’incidente, i due euro senza ricevuta pagati dal ragazzo al controllore.
Invece, G. impiegò sei mesi prima di capire.
Sei mesi in cui pensò ogni giorno a quel giorno di dicembre, quando ancora era potuto accadere che il controllore si sedesse, estraesse il blocco giallo, compilasse la multa da trenta euro, la porgesse a G. che rispondeva “Grazie”. Dopo quei sei mesi, quella diventò l’ultima volta in cui tutto ciò che allora accadde fu possibile

02-07-2005 a las 09:00
sicilia
registrado: 30-06-2005
respuestas: 29

Re: "Un proyecto"

Alba con coltellate, de
Tashtego




Non riesco a prendere sonno...ti va di uscire? Usciamo, dai. Qualcuno che ci fa un cappuccio lo troviamo. A quest’ora, qualche bar dovrebbe essere aperto.
- Mh...
- Il Brigantino è aperto di sicuro. Per i pescatori. Quelli adesso sono già in giro da un pezzo. Li senti?
- Mh...si sente la puzza...più che altro.
- I motori diesel, sì. Cosa mai pescheranno, non so. Sardine, vongole, forse. Pagelli. Ho sempre visto cassette piene di fragolini, polpetti, seppioline. Sei caldissima sai? Bollente. Ho un po’ freddo...ecco. Sì. Brava, scaldami.
- Mh...sei gelido. Hai dormito scoperto?
- No, non ho dormito proprio. Niente. Pensieri che passano nella testa come Eurostar in una stazioncina. A tutta velocità, senza fermarsi. Uno via l’altro. Tutta la notte.
- Senti...il porto sarà pure bello, ma cheppalle, questi pescherecci mettono in moto i motori troppo presto
- Pescano sempre e solo pescetti, ormai, cassette di robetta. Poi magari un pomeriggio vedi un capannello di gente in banchina e scopri che hanno preso uno squalo elefante lungo 4 metri. Un cetorino, per dire. Non conoscono vie di mezzo: o troppo piccoli, o troppo grossi.
- Sei magro. Fa caldo a Roma?
- Non mangio più, praticamente. Non ho fame. A Roma, sì. Caldo, caldissimo. Umido. Terribile. Lo strano in tutta questa storia è che mi sento in forma lo stesso. Anzi. Non dormo e non mangio, eppure non ho fame e non ho sonno. Mi sento come dopo un tiro di coca, solo che mi sento così tutto il giorno. A Roma comunque sono partiti tutti, non c’è più nessuno. Sai, la solita storia, dopo il 10 di agosto...
- Sul serio sei dimagrito. Davvero. Se non fossi così pallido. Sei sicuro di stare bene?
- Sì. Cioè, no. Non ne sono sicuro. È che non sto bene affatto. L’altro giorno ero in macchina sull’Aurelia. Saranno state le due del pomeriggio. A un certo punto ho cominciato a vedere tutto nero. Ho accostato e mi sono accasciato all’indietro, sul sedile. Mi mancavano le forze. Poi mi sono ricordato che nello stipetto avevo una salvietta profumata in bustina. L’ho messa sotto il naso e ho inspirato forte. Ha fatto effetto. Mi sono ripreso, forse è stato il caldo.
- Anch’io non sto bene, sai? Nemmeno io mangio. Che ci facevi sull’Aurelia.
- Ti trovo magra. Tornavo da un sopralluogo.
- Sì. Questa cosa che ci succede è orrenda. Ma almeno si dimagrisce. Tu dimagri più di me. Magari è per il senso di colpa. Per dire. Scopi con qualcuna?
- Maddai...
- Hai ripreso un po’ di calore? Usciamo? Sì? Mi vesto. Cioè forse ce l’hai. Forse no, sotto sotto.
- Cosa?
- Il senso di colpa, dico.
- Uff. Dai. Dove cazzo sono finiti i saldali? Le chiavi le hai tu? Quella gonna è nuova? Te la metti per vendetta?
- Che vendetta? Ah, sì certo. La vendetta della minigonna plissé. Devastante.
- Lo sai che ho un debole per le gonne plissé e te la metti apposta.
- Anche se fosse? Non è. Ma anche se fosse? Cazzo vuoi tu? Le chiavi sono sul mobiletto del telefono. Sì? Eccomi.
- Prima questa gonna non te la mettevi mai. Sempre apposta.
- Pensi che tutto quello che faccio è in funzione tua? Invece io non ti vedo per niente. Ormai. Abituatici. Chiudi bene il portone, ché quella di sotto fa storie. Cazzo di uccello è, quello?
- Quale.
- Quello lì su quel traliccio, quello con le lampade per il porto.
- È vero. Cazzo, è grosso. Fammi vedere. È un cormorano. Guarda là ce n’è un altro. Lì su quella gru.
- Me li ricordavo più piccoli i cormorani.
- Questa è una razza di cormorani grossi. Quelli dell’Egeo, che conosci tu, sono più piccoli. Questo modello qui ha gli occhi gialli, da pazzo. Vedi?
- Ricordi i cormorani all’isola? Verso sera sullo scoglio con tutto quel vento e quel freddo. Si asciugavano le ali. Immobili. Che vita tremenda. Sempre nell’umido. Sanno volare solo rasi al mare, bassi bassi. Pensa se nasci cormorano e quando hai fame, l’unica cosa che puoi fare per mangiare - dico l’unica - è tuffarti in mare e nuotare sott’acqua. Ti fai una bella immersione e se becchi un pesce lo ingoi vivo. Se no, nisba. Vivo che si dibatte, crudo e freddo. Viscido e vivo giù per la gola.
- Sì. Estate e inverno, sempre. Ho letto che sono gli unici uccelli marini che si bagnano. Devono asciugarsi dopo ogni pasto. Dov’è finita la misericordia divina?
- Forse per loro l’umido è come il secco per noi. Cioè fisiologico. Ne ho visti sul fiume, dalle parti di ponte Matteotti. Può essere?
- Sì, ne ho visto uno anch’io da ponte Cavour. Si tuffano nell’acqua sporca come sommozzatori. Cosa si può mai trovare nel Tevere di mangiabile? Ho fatto l’amore con Lia.
- Ah...ah. Bene. Sei diretto vedo. Che cazzo di bisogno avevi di dirmelo? Eh? Che bisogno c’è? Che mi frega? Vuoi ferirmi? Vuoi ammazzarmi? Vuoi vedermi morta?
- No. Tu me l’hai chiesto. Prima, su in casa, me l’hai chiesto...
- Che cosa? Non t’ho chiesto niente, e, anche se te l’ho chiesto, non voglio sapere niente lo stesso. Che me ne frega se hai scopato con Lia? Ti ha succhiato l’uccello? Puoi dirmi tutto se vuoi, tanto siamo qui per questo, no? Siamo qui all’alba su questa cazzo di banchina a cercare un cappuccino, e già che ci siamo, meglio approfittarne per parlare di tutte le troie che ti scopi...
- Oddio. Non so perché te l’ho detto...Cioè te l’ho detto perché me l’hai chiesto tu. Forse se fossimo tutti e due sinceri...in fondo non stiamo più assieme.
- Hai capito Lia, eh? Zitta-zitta. Appena una non dico molla, ma solo allenta la presa, subito si fiondano. Poi per scoparsi quella ci vuole solo lo stomaco tuo. Che schifo. Chissà da quanto tempo ti sbavava dietro in silenzio...
- Macché sbavava...dai. Che devo fare a Roma? Chiudermi dentro casa? Non vedere nessuno? Stare in quarantena? Capita, lo sai. Sono cose che succedono. E quando succedono, succedono. È aperto.
- Cosa? Che cazzo significa: è aperto?
- Il Brigantino, voglio dire. È già aperto.
- Ah.
- Questi qui partono a quest’ora. Gli altri invece tornano. Faranno un tipo di pesca diversa.
- Cazzo mi frega, Sandro. Cazzo mi frega della pesca e dei pescatori, Sandro.
- Ci sediamo qui?
- No. Fuori no, ho freddo. Sono uscita leggera. Ho freddo. Tu non hai freddo? Dovresti avere freddo alla pancia, se ti conosco bene.
- No. Mi capita di rado, in questi ultimi tempi.
- Sì? Bene. Sono contenta, sai? Sì. Cioè: una si sorbetta per anni un uomo-col-freddo-alla-pancia. Uno che prende sempre infreddature alla pancia. Uno che gira con gilet e panciotti e giubbotti. Sempre. Che non si sa mai dovesse prendere freddo alla pancia. Una, cioè me, per anni sopporta uno che se piglia un filo d’aria alla pancia caca a spruzzo per una giornata. Almeno.
- Daii... Smettila: qui ti sentono tutti. Che c’entra il freddo alla pancia.
- Frega un cazzo se mi sentono. Poi a un certo punto l’uomo-col-freddo-alla-pancia comincia a scavezzare. Se ne va. Scopa in giro, dimagrisce, si atteggia a fichetto febbricitante. E rimorchia un sacco. L’anfetaminico, tormentato e quarantenne, funziona sempre. Il maudit de Roma nord.
- Clara...
- E con tutto questo spasso che succede? Succede che gli passa il freddo alla pancia. Ero io che ti facevo quell’effetto? Un cappuccino chiaro al vetro e senza schiuma, per favore. Sì. Bollente per favore. Vuoi un cornetto?
- No. Un caffè lungo per favore. Anzi no. Anche per me un cappuccino. Normale, in tazza. Senti io non faccio il fichetto in giro. Non è cosa. Sto male, malissimo. Tu semplifichi, come al solito.
- Mica l’ho tirata fuori io la storia di Lia, sai? Che cazzo volevi dirmi? Pensi che io non lo so oppure non l’immagino che scopi in giro? Pensi che adesso che me l’hai detto sto meglio? Tu stai meglio? Sì?
- Sono cose che non mi coinvolgono affatto. Di Lia non mi frega nulla.
- Assì e allora per quale motivo hai tirato fuori questa storia? Solo per ferirmi? Sei venuto qui solo per dirmi questo vero? Essì: a Roma scarichi i tubi e qui ti scarichi la coscienza, no? A Roma si scopa con Lia: è lei che si prende cura dell’apparecchiatura. Poi si viene qui e si confessa spontaneamente di aver scopato con lei. Bella la vita, no?
- Clara ma che dici? Me l’hai chiesto tu se scopo con qualcuno...
- Ieri sera eri ancora sporco delle sue bave, scommetto.
- Ma quali bave...Senti...lascia stare...è stata una cazzata dirtelo. Credevo che si potesse parlarne, dato che le cose tra noi stanno così...
- Sereno lui: così, senza parere, tra un cormorano e l’altro, la butta lì che si tromba una. Cosa vuoi eh? Vuoi che ti dica: eh piccolo, ma certo che vuoi che sia, sono cose che capitano. Io ti aspetto tranquilla mentre tu decidi cosa fare della tua vita. Fai pure che tanto Clara se ne sta qui al mare: quando vuoi vieni e te la trombi. Chi ti ha messo queste idee in testa? Sei una specie di ragazzino. Se non mi venisse da piangere, riderei. Cosa ti immagini di aver fatto? Credi di essere il solo?
- Se avessi saputo che finiva così neanche venivo...e soprattutto non ti dicevo niente di niente: stare assieme per 12 anni non serve a nulla, che tanto questi motori vanno sempre a bugie...che significa: “credi di essere il solo”?
- Niente significa, lascia perdere. Sediamoci qui. Ormai c’è il sole, fa meno freddo. Che sigarette hai?
- Cioè? Vuoi dire che ti sei data da fare? E con chi? Quando? È questo che vuoi dire? Aspetta sediamoci là, c’è il sole.
- Dammi una sigaretta. Non voglio dire proprio niente. Non mi sono data da fare. Non ne ho bisogno. Qui sarebbe bello se non avessero costruito tutte quelle puttanate proprio sul mare, là dietro. E seguitano imperterriti...
- Non cambiare discorso, tanto ho capito benissimo che...
- Smettila Sandro. Che vuoi che ti dica? Fai il geloso adesso? Non sei tu quello che se n’è andato? Quello che vive fuori casa da tre mesi? Quello che non ne può più di me? Queste sigarette fanno schifo.
- E allora che le fumi a fare?
- Non sei tu quello che scopa in giro? Non devo renderti conto di nulla, non puoi chiedermi più nulla. Ormai. Cazzi miei, capisci?
- Non scopo in giro, smettila di dire così. Lo sai che non è così. Non me la spasso proprio, se vuoi saperlo. Il mondo, Roma, la gente si sono trasformati in qualcosa di acido e urticante, ostile. Non c’è più guscio o casa per me. Dormo da mesi sui divani degli amici, mangio tramezzini nei bar, lavoro sino a tardi perché la sera ho il terrore di uscire e di non sapere che fare, dove andare. Mi sposto, giro con questa borsa, di casa in casa. Cerco di non dare fastidio, ma poi lo vedo che do fastidio lo stesso...
- Va bene lo so. Ma se lo fai, se ci resisti è perché c’è l’altro lato della faccenda, quello positivo. Quello che stai alla larga da me. Guarda il cormorano: si tuffa.
- Senti Clara. Non sono mai stato con un’altra per tutto questo tempo nostro. Non ho mai pensato di dover esserti fedele. Voglio dire che non mi costringevo. Lo ero. Punto e basta. Ora le cose sono diverse. Non voglio ricominciare tutte le volte il discorso da capo. È un periodo stranissimo, ma vitale per me. È uno star-male-con-conoscenza. È un procedimento...
- Io no.
- Cosa io no?
- Voglio dire che invece io sono stata con altri Sandro.
- Ti sei tagliata i capelli di recente? Mi sembrano più corti. E più biondi. Non stai male. Sei bella, Clara.
- Non vuoi sapere con chi, quando?
- Quando?
- Prima, Sandro.
- Prima?
- Sì. Quando stavamo insieme.
- E con chi?
- Beh, forse a ripensarci non mi va di parlarne in dettaglio. Così, con qualcuno che mi è piaciuto.
- Ma quando? Dove?
- Ecco. Viaggio spesso, te lo ricordi? Ma l’ho fatto anche a Roma, qui e là.
- Qui e là? Ma perché devo saperlo adesso?
- Hai appena detto che dovremmo essere sinceri e altre cazzate così. Tu sei stato sincero. Ora beccati la mia, di sincerità. Lo vedi che neanche a te serviva, la sincerità? Dammi un’altra sigaretta.
- Così mi massacri Clara. Questa non è più una storia del dopo, è una cosa del durante, di quando stavamo assieme. Non mi sono mai accorto di niente. Sono un cretino, un coglione. Credevo che solo le mogli degli altri si dessero da fare. Non la mia. Non anche la mia. Io ti pensavo in un posto e tu eri in un altro. Credevo che lavorassi e invece ti facevi sbattere...
- Sandro...
- Aspetta, aspetta...quindi...tutte le cose che ho creduto fossero in un modo, devo scoprire oggi che erano in un’altro...debbo farlo qui, adesso.
- Ma no. Ora ti fa comodo metterla così. Ti serve pensarmi come la meretrice di babilonia. Io ti amavo. Molto. Ma ho avuto qualche storia. Storie non molto importanti. Però ci sono state.
- E come la devo mettere? Quando tornavi il venerdì sera e ti venivo a prendere a Termini, ricordi? Ore ad aspettarti in banchina, che il treno era sempre in ritardo. Ore ad aspettarti sul porfido nero di quei sedili del cazzo. Tornavi da fuori, da quel lavoro che ti teneva lontana. Non ho mai pensato che tornassi da me dopo essere stata a letto con qualcun altro. Capisci? Non ho mai immaginato che ti facessi trombare. Anche tu. Trombare. Questa eventualità, che era probabile per chiunque, per me non era contemplata. Credevo fossi mia.

02-07-2005 a las 09:02
sicilia
registrado: 30-06-2005
respuestas: 29

Re: "Un proyecto"

Il monocolo del Signore Angers,
de Mauins



Cual será la velocidad de las sombras


“Monsieur Trou?”
L’uomo a penzoloni su una terrazza dei giardini di Benois si girò per guardare in faccia quella voce.
Parlarono per alcuni minuti mentre i bambini, nel piazzale sottostante, urlavano come bestie impazzite. La voce gesticolava e segnava l’orologio come se quell’oggetto potesse costituire una punteggiatura al suo discorso.
Monsieur Trou stava fermo e non dava segni di disponibilità. Sembrava piuttosto pensare al rumore dei bambini, e invece di preoccuparsi dell’ora – “Monsieur Trou! Sono le sei e mesà” – seguiva meticolosamente i rimbalzi del pallone di cuoio. Spingeva in avanti e indietro le gambe, e con la punta delle scarpe tracciava nel vuoto le linee di un campo da calcio. “Rosse, dottor Angers!” – picchiettandosi la testa dove non aveva più capelli – “i campi di calcio con le linee rosse sarebbero molto più normali”.
E in effetti il signor Trou non era del tutto normale. Il suo aspetto buffo si concentrava, a prima vista, nei capelli riccioli e lunghi che formavano due triangoli sopra le sue orecchie: il resto della testa era completamente vuoto e il signor Trou amava moltissimo picchiettarselo come un tamburo durante le sue meditazioni al parco. Ma a guardarlo bene c’erano moltissimi particolari che facevano di lui il Monsieur Trou. Un orologio a cipolla senza catenella, alcune matite a punta grande e a punta piccola nel taschino della giacca, una giacca bordeaux sopra i pantaloni neri, pantaloni leggermente rovinati al tacco delle scarpe, scarpe nere di cuoio sempre pulite.
“Vede, dottor Angers, dovrei dedicarmi unicamente al disegno. E’ solo copiando qualcosa che possiamo raccontare la realtà. La scrittura non può altrettanto. Se io ora disegno questi bambini dall’alto, il paesaggio circostante, gli alberi che circondano quel piazzale, questa terrazza con un muretto di pietra, e gli archi laggiù, in fondo, con i mosaici, e il sole che scende e le ombre che veloci e la città che come un polipo raggiunge l’orizzonte…”
“Monsieur Trou, ma che casò disce, respiri la prego, sono le sei e mesà, ormai è tardisimò non esitiamo oltre e si tolga da lì che è pericolosisimò”
“Non scherzo, penso che brucerò la mia biblioteca, in fondo a che servono tutti quei libri?”
“Monsieur Monsieur, non ho nulla in contrario alla brusciatura della sua biblioteque ma fino al momento in cui io e lei non saremo a casa non potremo dilettarci sensa esitasioni in questa sua nuova e straordinaria atività”
"La ringrazio ma credo che rimarrò qui ancora, avvisi del mio ritardo”
“Monsieur, io lo farei senza esitasione ma lei sa meglio di me che il mio lavoro è asicurarmi che lei non si amassi per la dodiscesima volta”
“Undicesima Angers”
“Oui oui, ma io dico dodisci contando il tentativo durante il parto di sua madre”
“E’ una discussione chiusa quella, non potevo sapere da che parte dovevo uscire”
“Monsieur Trou, era soffocamento, se inisia così con queste scuse da dodisci dovremo andare sensa esitasione a zerò cosi io non avrei motivo di esere qui con lei”
“Ma si rende conto che il suo lavoro è davvero stupido?”
“Oui, scertamon, ma non è colpa mia se lei scerca continuamente di amasarsi sensa esitazioni, l’aviso che sono disposto a perdere il lavoro e amasarla con le mie stese mani se ora non torniamo a casa”
Monsieur Trou cercò la catenella e senza trovarla estrasse l’orologio dalla tasca dei pantaloni.
Lo ricaricò con tutta la lentezza di cui era capace, e lasciate le forze usò il massimo tempo possibile per alzare le gambe e riportarle dalla parte della terrazza. Strisciò il sedere sul muretto fino a staccarsi dalla pietra mentre le scarpe, a partire dalle punte, si appoggiavano piano piano sulla ghiaia.
“Più lentamente Monsieur, se ci riesce”
Sorrise e si rimise seduto sul muretto e riportò le gambe verso il vuoto.
“Monsieur! Monsieur!”
Il signor Trou si tese in aria facendo perno sulle mani e fece finta di lanciarsi. Il dottore si avventò su di lui invocando dio e santi. Quando la situazione si calmò il dottore prese un fazzoletto di seta e lo appoggiò alla fronte.
“Tredisci, con questo è tredisci”
“Non vale!”
“Oui oui e grasie a questo avrò la quatordiscesima a Natale”
“Ma io l’ammazzo”
“Monsieur Trou si ricordi sensa esitasione che lei è aspirante suiscida e come tale non può amasarmi. Ora posiamo andare? Sono le sei e quarantascinque e io non ho parole”
Ma il signor Trou era ormai assente, completamente assorbito dal mistero della natura e il suo rinnovarsi giorno per giorno. Proprio vicino alla sua mano destra due piccoli animali, forse coccinelle, dal latino coccinus, risalente al greco kòkkinos, colore rosso scarlatto, stavano una sopra l’altra. Prese allora una matita a punta sottile e il suo blocco di fogli.
Angers curvò la schiena e avvicinò a sé la lente a monocolo appoggiandola sullo zigomo e il sopracciglio destro. Tornò di colpo sull’attenti e recuperò goffamente il monocolo che scivolava da un palmo all’altro come se fosse un ferro caldissimo. Diede qualche colpetto di tosse per attirare l’attenzione su di sé e togliere gli occhi del Monsieur da quelle povere creature.
“Io a dire la verità mi sento un po’ imbarasato e credo che dovremo asolutamon andarscene e lasciare loro in pasce”
“Non voglio tornare a casa dottore”
“Va bene, mettiamola così, se lei non mi segue io amasso di grande morte queste due creature già seriamente provate da petit morte”
“Monsieur Trou si scaraventò sul dottore e affondò le mani nelle sue tasche. Tirò fuori il monocolo e fece dei passi veloci per allontanarsi”
Il dottor Angers corse e lo raggiunse.
“Senta io sono esausto se vuole la mia lente a monocolo di tartaruga se la tenga sensa esitasione, basta che torniamo a casa”.
Monsieur Trou guardò attraverso la lente e vide la palla che rimbalzava sul piazzale e seguì i rami che si muovevano per il vento, perlustrò ogni centimetro della giacca di Angers e poi si diede alla visitazione dei buchi del terreno tra un sassolino e l’altro e gli parve di vedere meglio le nuvole muoversi poi tornò in basso e si guardò le scarpe e iniziò a girare e girare e girare così tanto che si avvicinò ai gradini e inciampò rotolando fino al piazzale e il dottor Angers per raggiungerlo quasi cadeva anche lui ma aggrappandosi eroicamente al corrimano pieno di coccinelle riuscì a raggiungere il suo quattordiscesimo caso di suiscidio per alzargli la testa e vedere se per caso aveva perso il lavoro.

02-07-2005 a las 09:03
sicilia
registrado: 30-06-2005
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Re: "Un proyecto"

Noel,
de Hanna Derrida



Salisburgo, anni 80a.
14º sotto zero.
Arriviamo nella città galaverna a bordo della
mercedes di uno... sciarpato di seta. Un biondo
rampolo un po' (solo un po) scapestrato di antica
famiglia saliburghese. Ci ha raccolto in autostop
oltre Bolzano. Ha attacato bottone approffitando
delle nostre buffonate da autogrill.
Licia, lei, incredibile ipertiroidea della voce profonda
la direttrice del mio coro, nella vita borhese.
Io costretta ad imparare anche tutte le parti da
soprano, per mancanza di meglio. Io, io sono un
contralto.
E le parti mi si ingarbugliavano, ogni tanto.
Mi dava di occhi, in quelle occasioni.

Compagna di viaggio squisita. Solida e saggia ma un
rompighiaccio, quando serviva.
I camionisti cambiavano itinerario, pur di continuare
a parlare con lei.
Portava tutti sull'orlo del pianto.
Ora fa la psichiatra, infatti.

Eravamo partite in quattro, da Terlago vicino a
a Trento. Due coppie, autostop per Salisburgo.
Dopo una vicenda di stufe incendiate e peti, che ci
feci sghinazzare per tutto il viaggio.
Le altre due, Elvira e Milvia, erano partite prima ma
non c'era gara.
Chi si perdeva è perchè aveva trovato qualcosa in cui
perderse. Ah, che donnacce!

Communque l'appuntamento era allo scadere di ogni
ora davanti alla casa di Mozart in piazza, a Salzburgo.

io e Licia arrivammo verso le undici di notte del 23
Col giovanne aristocratico, molto simpatico e
delicatamente curioso, avevamo fatto il giro delle birrerie
fuori città. Risultato? Sbronze marce, era un giorno che non
si mangiava un cazzo.

Così quando la città sciorinò davanti a noi la sua
magia di cristalli di ghiaccio, perdemmo tempo prezioso.
Lui fermava la mercedes e stolti e stravolti stavamo a
guardare, a parlare a vanvera, così bello era...
Punizione? L'Ostello già chiuso. Lui decide di
ospitarci ma dopo una incazzatura notturna coi suoi
al terzo piano di un palazzo in centro, non pùo fare altro
che lasciarsi la macchina e darci appuntamente per l'indomani.
Rimaniamo sole, con questa mercedes che non ci sognamo
neanche di guidare.
Proviamo a dormire, ci sono delle coperte. Per un po
l'alcool regge.
Poi... scendiamo, ci mettiammo adesso tutte le coperte
e andiamo al primo albergo dall'insegna calda e luminosa.
Ci costerà tutti i nostri soldi, non importa.
Bagno bollente, dormita favolosa,fruchstuck(?) danababbi.
Ah... lavita che torna!
14º sotto zero, da lasciarci le scarpe!
La mattinata del 24 era stupenda, giravamo per
la piazza, aspettando di vedere comparire le altre
due allo scadere di ogni ora. Spostandoci di poco,
tornando e ritornando.
Alle quattro del pomeriggio ancora niente, neanche
alle sei.
Chissà dove son finite... forse non sono ancora
arrivate, forse ci hanno mollato, forse ci cercano in
un altro posto...
alle otto, niente, alle nove, niente. Situazione assurda,
e non ci potevamo neanche allontanare.

Alle 11, alle 11. Le vediamo dall'altro lato della
piazza, camminare discutendo tra loro, come facevano sempre...
eccole!
Stupide e commose comminciamo tutte e quattro a
cantare... ancora distanti... ramacut fluris e
bute fur... butui bei di rose... curisin l'amor
al rit par dut... fluris plantine... ci muoviamo
che Licia dirige para un musical, la gente si apre e si
raccoglie intorno a noi che sembra un musical, un
musical... di quarta d'accordo, ma cazzo! Un musical

Abbiamo cantato tutto il repertorio e mangiato e
bevuto a spese dei teutonici deliziati.

E giù a piangere, ovviamente.
Poi, notte all'ostello.
Splendido, caldissimo. Abitato di una compagnia
particolare. Un gruppo di ragazzi del talidomide.
Sapete quel che voglio dire, vero?
Nei bagni si gira tranquillamente nudi, tra specchi
enormi e vapori.
E tra questi esseri, senza braccia, con le mani
attaccate al busto... rosei e biondi, dai volti
bellissimi... perfettamente a loro agio che si asciugano
e si pettinano... e si parlano guardandosi negli specchi.


Fine.

02-07-2005 a las 09:06
sicilia
registrado: 30-06-2005
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Re: "Un proyecto"

Il circo,
de Panna




Qualche volta, la sera tardi, prendo la macchina e vado a vedere il circo da dove sono venuta - o meglio: quel che ne resta, cioè una specie di circo di quarta, che gira nei posti piccoli. Un postaccio, alla fine, gente senza vergogna. E’ da lì che sono venuta, che ne sapete. E’ lì che ho imparato a saltare nel modo muscolare e cagnesco che ci vuole alle gare - ma anche a fare certi salti un po’ speciali, che adesso non faccio più. Non erano belli ma piacevano, tutti rischio com’erano e non privi di una certa frivolezza, e soprattutto finivano come dovevano finire: a piedi uniti a terra, voiolaits! E’ un circo infatti acrobatico, specializzato in salti mortali (beh, mortali… si chiamano così, finora non è mai morto nessuno). E voiolaits stava per voilà - tanto per dire il tipo di circo.
Lì adesso i vecchi acrobati sono travestiti alla bell’e meglio, e non gl’interessa più di sbagliare né di cascare di culo, e nemmeno di essere riconosciuti, apostrofati, sputati. Nella roulotte i più anziani giocano ai videogiochi, mentre alcune donne preparano il pranzo fuori, su un fornello. Si sente puzza di cipolle dappertutto, e si spadellano totani surgelati, una sera sì e l’altra pure.
Ogni tanto qualcuno entra nel tendone vuoto mentre gli altri stanno a cenare, e prova un salto: da solo in mezzo alla pista, così. Il barboncino del clown applaudirebbe, se avesse le mani. Sta sempre in mezzo ai piedi, il cagnolino, anzi è diventato il vero pubblico davanti al quale si esibiscono tutti: ci fosse pure una cinquantina di persone allo spettacolo è lui che guardano, è per lui che si sfiniscono di salti (per quanto fuori moda, e sbilanciati), è la sua coda che controllano alla fine, se scodinzola o no. Certe volte il cagnolino punta un acrobata a caso, e lo addenta.
Quando tutti dormono, alcuni bambini giocano ancora in mezzo alla terra. Si lanciano sassi, si fanno male. Qualcuno vorrebbe che andassero a scuola, ma c’è sempre un altro che salta su a dire: il loro posto è qui, lasciali stare. Quello che è brutto è che nessuno gl’insegna più a fare i salti mortali (quelli veri quelli pericolosi voglio dire, non quelle cazzate che fanno ora), e dio sa di cosa vivranno i ragazzini quando morranno gli ultimi acrobati. Certi come me se ne sono andati da un pezzo, chissà dove e a far che. Io ero quella che saltava con il cappello - da quando un giorno, prima di saltare, sentii uno gridare forte “you can leave your heat on!”, e allora saltai così, tenendomi il cappello con le due mani sulle orecchie per non perderlo - e non m’è mai caduto, neanche una volta mai.
Vado di nascosto a guardarli, certe volte, come ho detto: li guardo da una siepe, ferma immobile, massacrata dalle zanzare. Li guardo e li ascolto attentamente, specie quando si insultano, alla fine dello spettacolo - poi mangiano la frittata di cipolle in silenzio, tutti insieme. La frittata, e i totani surgelati.
Certe volte mi viene come uno struggimento – poi finalmente quando tutti dormono, verso le quattro le cinque di mattina, me ne torno a casa tutta infreddolita e piena di ponfi. Si fermano sempre nella zona più malsana della periferia, ci devi andare con la macchina di notte e fa persino paura, ma non potresti trovarli altrove: diffidano dei quartieri, stanno bene vicino alle discariche, sono un branco di cani. Ogni notte ringrazio dio, per essere riuscita a non imbrancarmi di nuovo, e quando sono a casa sono contenta di accendere la luce: che sono di nuovo e per sempre fuori, da quell’oscurità, e che non sento più odore di pipigas, né di cipolle né di totani spadellati. Ma ho imparato a saltare lì, questo me lo ricordo. E so anche – lo so bene – che certi salti speciali non saprei proprio più farli: baldanzosi e scorretti finché si vuole, erano proprio diavolerie! Ma che importa, alla fine: ormai non sanno farli neanche loro, giusto un paio di volteggi per arrangiare, anche se sul cartello c’è un astruso e pomposo sottotitolo: “Circo Originale dei Veri Salti Mortali”. Più che altro se li raccontano, i salti veri che facevano, e per loro è la stessa cosa che farli ancora.
Di me però, di quella che saltava col cappello, se ne sono scordati da un bel pezzo.

02-07-2005 a las 09:08
sicilia
registrado: 30-06-2005
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Re: "Un proyecto"

LA SAGA DELL'AFFANNATO (Capitolo 1)
de Azure



Oggi abbiamo il primo nostro appuntamento, dopo due mesi circa di telefonate, io e claudia detta cheyenne, incontrata in chat due mesi orsono, appunto. Certo cheyenne che nick e io pure A.R, come dire Arthur Rimbaud. Non ho niente di Arthur Rimbaud solo il doppio dei suoi anni, quasi, alla morte. Mi vergogno perfino a pensarci.
Però da un mese circa mi è tornato il panico, dopo sei anni di benessere, è tornato.
L'appuntamento ce lo siamo dato al mare, io disto cinquanta km dal mare e lei anche. Forse ci arrivo al mare, questo me lo dico mentre salgo in macchina e metto in moto. Prima di uscire mi sono sistemato un blister di ansiolitico nel portafoglio e uno in tasca, semmai mi fregassero il portafoglio e tre in bocca con una lunga sorsata di latte tiepido, mezz'ora prima, esattamente, chè sennò non parto tranquillo.Chè sennò non parto proprio.
Non parto tranquillo lo stesso, ma un pò oppiato si, e soprattutto motivato dal conoscere questa chejenne che è simpatica e carina. Dalle foto si vede una faccetta a punta, con la frangia e gli occhi neri, trentacinque anni.
Non ho mai avuto una fidanzata con la faccia a punta, tutte piatte o allungate, le tre fidanzate dico.
Elena era una bella donna, ma non aveva zigomi. L'amavo, senza zigomi, io l'amavo.
Sono motivato e cammino lungo la superstrada verso il mare.Sono motivato, è una bella giornata, un sacco di auto che vanno anche loro, così se mi sento male posso accostare e chiedere aiuto.
Il dappista o ha paura di morire o ha paura d'impazzire.Io d'impazzire. Quando 2 dappisti s'incontrano tirano acqua al loro mulino:
"E' peggio avere paura di morire"
" Ma che dici... vuoi mettere la strizza di perdere il senno?"
"Hai voglia te... se ti metti in testa che c'hai l'infarto..."
"Eh ma se perdi il controllo e urli e non riconosci più nessuno..".
Forse morire e impazzire sono, è, la stessa cosa. Forse la morte è pazza.
Smetto di pensarci però, adesso,è meglio, e penso a chejenne. Che bella cheienne.
Al bivio, prendo per Arti. La strada è stretta e al lato c'è il canale. Non mi fa paura il canale, mia madre invece diceva che il canale la chiamava. Era un attacco di panico bello e buono, ma lei non lo sapeva. Il canale la chiamava, lei non rispondeva e così accostava la macchina, la sua macchinetta bianca e tremava per una mezz'oretta, poi riprendeva ad andare.
Io invece adesso sono arrivato, ce l'ho bella che fatta, alè. Parcheggio e vedo una ragazza che mi viene incontro:cheyenne si direbbe, più sottile della foto, più scura o più chiara non lo so, e man mano che s'avvicina questa sconosciuta dal nome strambo, io penso: tu ti stai infilando come un cuneo nella mia desolazione dove solo Pan, il dio cornuto, è felice.
"Ehhh... ciaooo!".
"Ciaooo!" ci abbracciamo e ci baciamo sulla guancia come fratelli.
" CHEYENNE...
"SIII... CHEYENNE e COME NO..ahahah ".
" Lo zio cretino di Arthur Rimbaud.Piacere!"
Il resto non lo posso raccontate perchè, impegnato in una conversazione con pranzo incluso nella trattoria "le dune", il mio cervello non pensava a me.Lascio immaginare.
Adesso camminiamo sulla spiaggia.Dimenticavo di dire che è inverno e io sono uno che soffre il freddo.Camminiamo, ci diciamo qualcosa e camminiamo.Il cielo è grigio e il mare è grigio, le scarpe sono marroni, le mie sono marroni e le sue nere. Siamo due figure scure che camminano sulla riva del mare e una delle due ha freddo.
"Hai freddo?" le chiedo, sperando che mi dica di si.
" No, no, si sta bene".
Perchè si sta bene? Non si sta bene, cazzo. I brividi sono pericolosi. La trattoria il parcheggio lr macchine si stanno allontanando.Cominciano a sudarmi le mani. Brividi e sudore, ecco qua.
"Ci fermiamo? Ci fumiamo una sigaretta".
"Continuiamo fino a quel tronco laggiù e poi giriamo, dai".
Dai si dai contiuniamo.Sono almeno 300 metri fino al tronco e se mi sento male adesso ora qui sul bagnasciuga d'inverno e anzi mi sto già sentendo male e mi giro e la trattoria sarà ad un km? Che cazzo è un km? Cazzo è tanto è un km. E un km e 300 metri sono ancora di più.
"Io mi siedo un attimo qua.Dai vieni".
Qua per terra mi siedo. Le gambe mica mi reggono granchè mica riesco a respirare tanto bene sai cara cheyenne io mi siedo guardo un pò l'acqua un pò la tua faccia un pò il bastoncino con cui fai le righe sulla sabbia e molto guardo il parcheggio laggiù. Ah cheyenne mia, ci siamo conosciuti solo oggi e io sono un povero malato di mente che sta per avere una deflagrazione panica e tu non lo sai e nessuno passa su questa fredda spiaggia e io non t'ho detto che sono un angosciato, un pappamolle che si caga sotto t'ho detto sono A.R. che viaggiava con le gambe cionche in Africa da ragazzetto, mentre io neanche un km mi faccio, lontano, dalla macchina mia.
Per un momento l'agitazione si blocca. Lei s'è avvicinata e mi guarda fisso a pochi cm dal viso:"Hai gli occhi quasi blu...".
La vanità mi consente una breve tregua.
"Tu ce li hai neri come l'ossidiana, madonna che belli".Quasi stamo per baciarci se non fosse che percepisco uno strizzata alla gola come un extrasistoli bumbum due battiti attaccati e di nuovo la testa mi va sott'acqua e non so come non so con che coraggio balzo in piedi e faccio:
"Dai a chi fa prima a tornare al parcheggio"
Lei si fa una risata, scatta e inizia correre.
Anche io inizio a correre con le mie gambe di ricotta di sabbia di merda e la supero, con la forza della paura, mi volto pure a ridere e che mi rido che mi rido che mi rido
Arrivo al parcheggio e mi sdraio sul cofano della macchina, salvo.Lei s'avvicina e finge di menarmi. Adesso posso non pensare
Accadono altre cose prima di ripartire, come potete immaginare. Questa ragazza claudua chejenne, questo cuneo nel mio terrore, mi piace. Non sto a raccontare dei suoi occhi neri, nè delle sue mani, nè della sua voce. L'amore, le storie sono tutte uguali più o meno.E, quando sto a posto con il cervello, non vedo perchè dovrei parlare degli affari miei.
Adesso dobbiamo ripartire però.Lei ha detto: "Madonna è tardi... è quasi buio... andiamo va."
"Si" faccio io, si si dobbiamo andare devo ripercorrere la lunga lunga strada.
Sale in macchina, io le chiudo lo sportello.
"Appena arrivo ti chiamo. Sono stata bene"
"Anche io bene, si chiamami" ma già penso forse non mi troverai claudia perchè adesso che la motivazione non c'è più come cazzo farò a guidare fono a casa?
Lei parte e mi manda un bacio con la mano.
Io le sorrido, l'auto di lei s'allontana.Io metto in moto e, con una fitta dolorosa alla cervicale, faccio manovra davanti alla trattoria e m'avvio per la strada quasi buia.
M'avvio e un metro dopo l'altro la paura s'accomoda sul sedile di dietro e io stringo le mani sul volante e spingo con l'accelleratore e così come sospeso sopra il baratro della morte folle mi macino i 50 km fino a casa. Per tutto il tragitto io non ci sono e se ci sono sto nella pressione delle dita sul volante e in una canzone tristissima che mi faccio rotolare nel cervello perchè la tristezza mi doma un pò la paura guarda tu a che cazzo bisogna ricorrere chejenne mia che forse rivedrò o forse no, questi sono affari miei.
E così canto queste strofe
je pouvais t'imaginer toute seule abandonée
sur le quai dans la cohue des aurevoirs
et j'entends siffler le train
et j'entends siffler le train
que c'est triste un train qui siffle dans le soir
le soffio tra i denti i denti serrati le mascelle come tagliole dans le soir gli strizzi al colon le gambe di ricotta que c'est triste l'affanno e tutto questo in compagnia della morte pazza seduta di dietro toute seule abandonée e quando arrivo a casa e le lacrime mi gocciolano sul giaccone, lo scrivo.

02-07-2005 a las 09:11
sicilia
registrado: 30-06-2005
respuestas: 29

Re: "Un proyecto"

un invento italiano, un proyecto editorial

http://www.untitlededitori.com/dir/

[editado por sicilia el 05-07-2005 a las 08:30]

05-07-2005 a las 08:26
sicilia
registrado: 30-06-2005
respuestas: 29

Re: "Un proyecto"

Algeri, mon amour
de Spenalzo




Algeri mon amour e' il diario della mia esperienza di "agente commerciale" ad Algeri.
Le virgolette sono d'obbligo perchè, prima di allora, non avevo nessuna esperienza in quel campo; avevo bisogno di lavorare e accettai l'azzardo. Me la cavai piuttosto bene, dopo tutto. Ma ormai è una esperienza finita e finita è anche quella che per me fu una non piccola avventura.

Domenica 19 maggio 2002 mi trovavo nella sala d'imbarco dell'aeroporto d'Algeri in attesa dell'aereo che avrebbe dovuto riportarmi a casa. Per ingannare l'attesa mi trastullavo con il telefonino.
Decisi di chiamare AB/ che non sentivo da cinque anni, ma il cui numero di telefono avevo tenuto gelosamente memorizzato. La nostra è una profonda amicizia più che trentennale con frequentazione molto intermittente. Per fortuna il numero era ancora buono.
Quando mi chiese con autentico stupore e curiosità "Che ci fai ad Algeri?" attaccai una confusa risposta. L'ingorgo dei fatti, dei ricordi, dei tortuosi casi di cinque anni di vita, può avere la sua influenza sulla chiarezza del discorso... Poi la comunicazione si interruppe e non fu più possibile ristabilirla.
E' passato più di un anno e mezzo.
Ho riveduto i fax che spedivo in sede e le mie note assortite. Questo "Algeri mon amour" è la risposta a quelle semplici domande; ci ho messo un po' di tempo e forse un po' troppe parole.

Ed ora, marzo '04, provo a metterne un paio di pezzi qui.
Anzi a pubblicarlo.
(ippomene dixit)

***** (un pezzo)
Algeri mon amour. Cap. 3

Dopo le previste consultazioni in sede e qualche giorno a casa è il momento di rientrare ad Algeri.
Una favorevole combinazione di tariffe e orari mi porta in transito per Barcellona; ho una buona mezza giornata da passare nella capitale della Catalogna. Sono curioso.
L'unica mia altra volta a Barcellona risale agli anni '60, al tempo dei primi stipendi di insegnante supplente e della '500 gialla (BS 177085: l'unica targa d'auto che abbia mai imparato a memoria). Non erano ancora i tempi di "I'll came to look for America".
Più modestamente, "Vamos a ver España pagana" ci dicemmo allora; e una mattina partimmo, Beppe ed io, ragazzotti. Vagammo tra il mare e l'interno.
Tra l'altro ci innamorammo delle corride. Prima di tornare a casa, con gli ultimi soldi, dedotto il necessario per la benzina, ci fermammo a Barcellona per un'ultima corrida (Manuel Benitez el Cordobes, un trionfo: dos orejas y el rabo).
All'uscita dovemmo mestamente convincerci che ci avevano derubato del "cochesito" con tutti i nostri beni, "tienda de campaña" compresa, per non parlare dei documenti: ragazzotti eravamo. Finimmo all'Hotel Falcon, rambla de lo capuchinos, nella stanza più meschina con affaccio sul pozzo d'aerazione delle cucine; passammo alcuni giorni di ristrettezze in attesa di un foglio di via del consolato e di un vaglia postale da casa. "Ah, Spagna pagana, si vive una volta sola!":


Barcellona, martedì, 28 maggio 2002.

L'aereo è in perfetto orario; deposito i bagagli, mi procuro una piantina della città e aspetto il bus navetta per plaça de Catalunya. Mi tf Lucia: stamattina, dopo avermi accompagnato di buonora all'aeroporto ha deciso di fare una gita con i ragazzi. Ora è molto allarmata poiché l'auto è in panne nel bel mezzo dello zoo-safari, settore leoni, e i ragazzi stanno smaniando. Dopo una concitata conversazione finiamo per riderci sopra.
Mezz'ora più tardi sto scendendo sulle ramblas; sull'onda dei ricordi cerco l'Hotel Falcon.
E'? Non è? Mi informo, nessuno sembra ricordare il vecchio albergo. Alla fine sull'altro lato della strada un antiquario mi conferma che in effetti tanto tempo fa'... Scatto una foto ricordo ricordo di un ricordo.
Le ramblas mi appaiono un po' troppo ripulite, non ci sono più le sedie in ordinate file disponibili per due ore al prezzo di 10 centesimi sulle quali potevamo leggere a fondo i giornali specializzati in tauromachia; e non ci sono più neppure le scimmie di Gibilterra in vendita per poche pesetas.
C'è molta animazione ora sulle Ramblas, gelaterie e bar, mimi immobili e figuranti al rallentatore con sfarzosi costumi di damine del '700 o di alberi frondosi per la delizia dei turisti e dei passanti; e anche musicisti assortiti tra i quali un immancabile (oh meraviglia!) gruppo andino che ripete all'infinito "Alturas".
Scendo ancora un po' fino a "Calle de la puerta ferrisa": è rimasta più o meno la stessa; ma ora si chiama, più catalanamente, "Carrer de la porta ferrissa". L'osteria nella quale consumammo vari panini con "queso roqueforte" (i più a buon mercato) è diventata una banale panineria, ma l'aria mortaccina di allora non è cambiata.
Faccio due passi al barrio chino.
Di fianco alla chiesa di Sant Agustì un cartello in arabo e in spagnolo indica i locali di una mezquita (moschea).
Sul muro della chiesa, ignota mano burlona ha tracciato con lo spray "Kristianos a los leones!"
Su "La Vanguardia", giornale di Barcellona, un pezzo in materia di rispetto delle regole civili, tolleranza religiosa e rispetto reciproco. "...El presidente de la Generalitat, Jordi Pujol, exige a los musulmanes que cumplan los deberes y clama contra la agresiòn de la cultura autòctona". Nella stessa pagina un altro pezzo informa che "La futura mezquita de Santa Coloma irà a otro lugar para evitar protestas en el centro. El actual local se ha quedado pequeño pero los musulmanes no iràn al que tenian previsto y buscan un terreno".
Mi fermo a mangiare al mercato de la Boqueria; attacco bottone con un loquace català; conversiamo in dialetto (il mio) e in lingua (la sua); ci tiene a spiegarmi che siamo o siamo stati tutti minoranze ed emigranti; ben vengano tutti, magrebini e rumeni, polacchi e africani: un po' di tutti, non troppi di nessuno.
Faccio una visita al porto olimpico e al lungomare: città di festa e di lavoro, come una Rimini migliorata.
Torno sulla rambla, compro un coloratissimo poster della casa Batllò del Gaudì e spedisco una cartolina a casa: "Ci dobbiamo tornare, qui, tutti insieme". So già che non lo faremo.
E' ora di ripartire per l'altra sponda del Mediterraneo. Sull'aereo per Algeri ("Argel" in castigliano; toh, non lo sapevo!) rumorosi emigranti tornano a casa per le elezioni.
L'eco di una canzone si affaccia alla memoria: "...torno a casa, siamo in tanti sul treno, facce stanche e nel cuore il sereno..."

***** (un altro pezzo)
Algeri mon amour. dal Cap. 6

Venerdì 21 giugno 2002.

E' il primo giorno d'estate. Alla radio, il meteo annuncia bel tempo, come sempre.

O Fr/, ho sostituito la lampadina del frigorifero. Finché non mi hai fatto notare che la lampadina rotta poteva "anche" essere cambiata, la cosa mi era sembrata ineluttabile, facente parte dell'ordine delle cose, perché qui, sono portato a credere, le cose capitano e rimangono. Stento a credere che questo sia capitato a me, pignolone, oltre che minimalista.

E' venerdi; come un'altra domenica italiana. Vado in piazza. Mi fermo al "café des amis". Stavolta non mi limito a prendere il caffè al banco; mi siedo al tavolino all'aperto a leggere il giornale. Come mi è capitato, in una precedente vita, solo in vacanza.
L'onda dei ricordi corre al Pireo in attesa di una nave, a Smirne, a Istanbul; ma non solo sul Mediterraneo... In una vita precedente. In una delle vite precedenti.

Mi chiedi come va? Bene, grazie. Ti passo alcune citazioni da Liberté di ieri, uso rassegna stampa. (Oggi venerdì niente giornali.)
Attualità. Mancanza d'acqua: in materia di risorse idriche la situazione all'interno del paese è più grave che nella capitale (ad Algeri l'acqua ai rubinetti arriva un giorno su tre, o per meglio dire qualche ora in un giorno su tre, e non si sa mai a che ora arriva, e allora le famiglie sono mobilitate - o paralizzate - dalla corvée dell'acqua)..., acqua al contagocce... malattie a trasmissione idrica... allacciamenti abusivi... dighe al 10% della loro capacità... cattiva scelta delle attrezzature idriche... ecc.
Cronaca. Scene da far-west a Tizi-Ouzou, nuove rivolte in Kabylie..
Quattro righe in cronaca. Militaire tué a Sidi bel Abbés.
Esteri. Marocco: un alto responsabile di AlQaîda arrestato "...alcuni responsabili americani hanno dichiarato ad ABC che non avevano fretta che l'uomo fosse trasferito negli USA ritenendo che le autorità marocchine dispongano di mezzi per farlo parlare più efficaci di quelli autorizzati dalla legge americana". (sic)
Interno. Privatizzazioni, il ministro rivela la sua strategia. Concertazione totale per il partenariato... ecc.
Cultura: alla sala Ibn Khaldoun un concerto di musica flamenca del Groupe mediterranée.
Sport: mondiali di calcio...
Annunci economici: allo Sheraton cercano personale qualificato per la reception.


Soglie,
de Asino


“Scusa” e, intanto, gli aveva già preso il polso “posso chiederti che cosa è questo? …”
Lui inarcò le sopracciglia sorpreso. “Scusa”? “Posso?” “Chiederti”? “Cosa”? “E’ questo”?!?!
Con un colpo deciso, liberò il suo polso dalla presa di Giulia.
“Ho chiesto qualcosa che non dovevo, vero? …”
Alessio la guardò di nuovo e già si era calmato.
Si vedevano da due settimane appena e non gli pareva ancora il momento – molto semplicemente – in cui Giulia potesse toccarlo senza preavviso. Ma questo non glielo poteva dire per cui se la cavò dicendo che l’aveva spaventato.
“Tu non mi sembri poi così apposto. Spaventato di cosa? …”
“Stavo pensando ad altro.”
“Dimmi a cosa, allora? …”
“Alla possibilità che la settimana prossima si riesca – finalmente – a risolvere la questione dei relapsi …”
Giulia scuoteva la testa sconsolata e pensava che forse non era stata una buona idea accettare di uscire da sola con lui. Non beve birra. Non dice ochei fico fregauncazzo unosballo. Pare vergine e non l’ha ancora sfiorata. Non ha la macchina e – se è per questo – neanche una moto per cui deve andarlo a prendere con la sua Toyota Corolla all’incrocio tra la strada che porta in centro a Nicea e quella che porta ad Efeso.
L’altra sera gli aveva chiesto se abitava da quelle parti e lui ha detto che sì, insomma, un po’ più lontano.
“Ma dimmi dove, no! Ti ci porto io …”
Ma lui era arrossito come se gli avesse chiesto di farle un pompino. Ops.
E aveva cominciato ad urlare in una strana lingua qualcosa che non aveva assolutamente capito.
“Ochei, ochei, ochei, ho capito ... o meglio, non ho capito ma ho capito lo stesso … oh cristosanto … non ne vuoi parlare … va bene così … per me va bene così, ochei? …”
E non era più tornata sull’argomento e tutte le notti lo lasciava a quell’incrocio vicino alla sede turca dell’Ikea e lo guardava andarsene verso un boschetto di cedri libanesi neri contro il cielo quasi invaso dalla luna.
I suoi amici non la vedevano quasi più e così le chiedevano, cosa ci fai ti piace scopa bene ce l’ha lungo (questa era Titti) e lei, Giulia, diceva che scopava come un angelo perché si vergognava di confessare che di sesso non ne facevano proprio e che lei, quando tornava a casa, aveva una tale voglia di farlo che lo faceva, da sola.
I suoi amici non avrebbero capito.
E l’unica a cui l’aveva raccontato, Sara, le era scoppiata a ridere in faccia e si era messa a danzare sulla grande piattaforma in cima alla torre abbandonata in cui vivevano, cantando “amen” e “così sia” e “Salve Regina”.
“Ti vuoi far suora” le aveva detto, smettendo di ridere all’improvviso.
“Ma dai, figurati. Io me lo farei sempre ma lui non pare pensarci proprio per niente.”
“Beh, semplice, no? … Gli piaccieranno gli altri maschiacci-ucci-ucci-ò.”
Giulia l’aveva guardato come se non fosse in grado di capire. Non era così certamente. Anzi. Alessio, quando stava con lei, era come se anfasse a fuoco. Come se avesse le febbre a quaranta, ecco ma che qualcosa, un rito, una promessa – che ne so – un voto, gli proibisse di fare niente.
Ma Sara non poteva capire una cosa così complicata. Lei scopava e – allo stesso tempo - pensava al colore dello smalto: facendosi piacere entrambe le cose e guidando il suo montatore con comandi molto precisi … caro un po’ più su, ecco, così va bene … adesso vai più in fretta se no mi si lessa … ehi tu, ti sto facendo un pompino non un risciacquo …
Per cui Giulia le chiese di non parlarne a nessuno.
E – curiosamente – l’altra a questo tenne fede.

Giulia scuoteva la testa e lo guardava chiedendosi ancora una volta …ma è una cosa che faceva da quando lo aveva conosciuto … che cosa ci sia in lui che la cattura e non la lascia andare via. Potesse sposarlo lo sposerebbe subito, lì, chiamando il barista come cerimoniere e le cameriere come testimoni.
Per la prima volta, in vita sua, le pareva di provare quella strana e buffa cosa che qualcuno chiama amore. E lei vorrebbe disfarsene: pesa questa cosa, dannatamente. E’ un martello che ti si deposita in fondo al cuore e dà dei gran colpi a casaccio contro le pareti.
“Che c’è? …” era lui.
“Niente. Pensavo.”
“Sì, Giulia, certo, stavi pensando ma a cosa? …”
“A niente di preciso … Sai, io, di te, in fondo non so nulla.”
“Chiedimi quello che vuoi sapere e se potrò farlo ti risponderò.”
Giulia alzò le spalle sconsolata come a dire, ecco, vedi … “se potrò farlo”, appunto. Poi sorrise ironica e lo fissò attenta in quei suoi grandi occhi dal taglio orientale e di colore diverso: grigio chiaro, uno e, l’altro, nero carbonchio. Con i capelli biondi e una bocca larghissima e molto carnosa su dei denti piccoli e staccati e le sopracciglia disegnate come un accento circonflesso con l’angolo spostato verso l’esterno, le era sembrato una combinazione irresistibile.
Quella sera di due settimane fa, al “Elvis”.
“La” discoteca dei niceni per la saison estate-inverno di quell’anno. Poi sarebbero migrati da qualche altra parte ma, per ora, se qualcuno voleva rimorchiare o farsi di qualcosa era lì che doveva andare.
Lui se ne stava seduto ad un tavolino tutto solo e già questo l’aveva colpita molto. E poi aveva fatto caso ad alcune altre cose.
Che nessuno sembrava accorgersi di lui come se fosse invisibile. Che, nonostante l’umiliazione di starsene lì senza amici attorno, lui conservava un’aria dignitosa e – secondo lei – quasi regale. Che i camerieri non lo scocciavano ogni cinque secondi chiedendogli cosa volesse bere anche se – davanti a sé – aveva solo un bicchiere di una cosa che non poteva essere che acqua. E, soprattutto, che – nonostante la sua … come dire … devastante bellezza - nessuna (nessuno) gli faceva il filo.
“Chi è secondo te?” chiese a Sara.
“Chi è chi, cara?”
“Quello.”
Sara ci mise un bel po’ a capire di chi stava parlando e, alla fine, Giulia dovette indicarglielo con il dito.
“Ah, quello …” fece. “Non lo so proprio. Uno sfigato.”
“Ma non ti pare carino? …”
“Fico quello? Ma ti sei bevuta il cervello? … ha le gambe lunghe come trampoli e mi sa anche che si saldano male ai fianchi … è magro come un chiodo. Non si sa da che coiffeur vada a farsi quella zazzeretta da principino. Non beve. Brrr. Sento il ghiaccio fino a qui … Capito,stupida. Quello è carne fredda.”
Giulia, per tutta risposta, si alzò da sedere e portandosi dietro il suo bicchiere di Coca e rum, si avviò verso il tavolo di Alessio e con una assoluta naturalezza che stupì lei per prima, si sedette sul sedile ricoperto di velluto che avvolgeva il tavolino e gli disse “Ciao. Io sono Giulia”.
Era cominciata così, due settimane prima.

“Tu mi dici che posso chiederti quello che voglio ma poi non vuoi dirmi dove abiti esattamente, non so che mestiere fai o se studi, non so chi sono i tuoi, non ti posso neanche sfiorare senza che tu non abbia reazioni isteriche…”
“Isteriche? …”
“Sì, isteriche, Alessio. Come poco fa. Volevo solo chiederti cosa fosse quella strana cosa che tieni legata al polso. Non mi pare che ci fosse niente di così pericoloso ma tu sei scattato come se ti avesse morso qualcosa. Calmati. Non è giusto. Tu di me sai tutto e io di te non so niente.”
Alessio sembrò prendere in seria considerazione la possibilità di darle una spiegazione e poi – dopo aver bevuto un sorso d’acqua – cominciò a parlarle a bassa voce, guardando il piano del tavolino, sorridendo.
“Mio padre continua a vestirsi secondo la foggia curiale ma lui – come quasi tutti gli altri della Corte – non escono mai dal Palazzo.”
Si fermò e l’osservò di sottecchi per controllare il primo impatto di queste parole ma lei non dette segno di esserne troppo stupita e lo ascoltava attenta convinta, probabilmente, che le sue domande avrebbero potuto interrompere la confidenza.
“ … Sai, oltre il boschetto di cedri verso cui mi avvio tutte le sere quando ci lasciamo, c’è un’enorme tenuta. Una cosa quasi da non credercisi tanto è grande. Un territorio poco meno esteso della tua Toscana. Io vivo lì, con tutto il resto della Corte. E quando sono lì, oltre le mura, mi vesto anch’io secondo l’etichetta di corte … Sei mai stata a San Vitale, a Ravenna? Sì? …” Giulia aveva fatto di sì con la testa “Bene. Noi ci vestiamo ancora così.”
Aspettò per vedere se Giulia dava segni di irritazione o di incredulità o di entrambi ma Giulia sembrava non porsi nessun tipo di problema, limitandosi ad assorbire ogni sua parola avidamente.
“E’ una cosa a modo suo piuttosto complicata.”
E sorrise – definirla così era un grazioso uso del più soffice misunderstating.
“Dopo la presa di Costantinopoli, l’erede al trono fu portato in salvo a Nicea da una fedele scorta di mercenari variaghi e da un centinaio di cavalieri normanni che avevano preteso, in cambio, una principessa di sangue reale per il loro comandante e quello che rimaneva del tesoro imperiale. Erano guerrieri taurini, di pelo quasi sempre rosso e occhi chiarissimi ma, in quanto ad intelligenza, li avrebbe potuti ingannare qualsiasi nostro bambino per cui il grosso del tesoro seguì la piccola corte segreta che si stava formando nella campagna di Nicea.
Nicea era stata il nucleo da cui era rinato l’impero bizantino dopo la presa della nostra città da parte dei crociati (alleati con i veneziani – i gran bastardi) e anche quella volta servì allo stesso scopo.
Solo che la cosa avvenne senza che nessuno ne sapesse nulla.
L’erede al trono e tutta la famiglia imperiale e i militari e la servitù, tutta la corte insomma, si convertì all’islam. Per finta, ovvio. Ma per garantirsi da spie e da traditori, si fecero costruire una piccola moschea all’interno del parco di pini marittimi che bordava la collina antistante il palazzo, e la frequentarono assiduamente rispettando tutte le regole di quella strana religione.
Nei sotterranei, invece, c’era una magnifica basilica ipogea che riproduceva quasi a grandezza naturale lo spazio di Santa Sofia, illuminata giorno e notte (laggiù, del resto, era la stessa cosa) da migliaia di candele che le davano l’aspetto di una grande scatola dorata. Perché le mura erano ricoperte di moltissimi oggetti d’oro: candelabri, scatole, cornici, paramenti curiali (c’era anche il mantello di Basilio il Grande) e sacerdotali, gioielli.
Lì sotto si svolgeva l’inalterato rito bizantino ortodosso. Secondo la purezza epifanica della automanifestantesi santissima trinità.”
Alessio di fece il segno di croce ortodosso e Giulia gli fece segno di fermarsi. Ora era convinta che lo avrebbe potuto interrompere anche senza rischiare che non proseguisse. Ormai era sulla strada e nessuno lo avrebbe più potuto fermare.
“Dunque. Vediamo se ho capito bene.”
E sorrise divertita all’idea che tutta quella conversazione stava avvenendo mentre alcune ragazzine con l’ombelico scoperto e molti piercing e dei tatuaggi osceni (una s’era scritta addosso: fuck me) ascoltavano “a palla” (si dice così, vero?) dei rappers turchi che invitavano al suicidio contro la dannata Israele ma anche Fatima che cantava di un amore lontano pieno di languore e saudage. Quasi un fado. Stavano oltre la vetrina del caffè, sul marciapiedi, vicino alle loro Vespe letteralmente ricoperte di adesivi. Che ne sapevano loro che oltre il boschetto di cedri del Libano c’era ancora Bisanzio?
“Mi stai dicendo che in questi quasi cinquecento anni voi avete mantenuto in vita l’impero bizantino? E’ questo che mi stai dicendo? …”
E, nel dirlo, lei stessa si rese conto dell’enormità.
“So che è difficile credermi. Ma tu devi avere fede perché io non ti posso portare a Corte. Non ancora, almeno.”
“Oh, se è per questo, io ti credo. Eccome. E’ di me che non mi fido più così tanto. Esco da due settimane con uno strano tipo che non si lascia neanche sfiorare. Trascuro tutti i miei amici. Ti vengo dietro da per tutto come un cagnolino. Faccio cose che non avrei mai creduto possibile fare, tipo, leggere un trattato in greco sugli usi della corte bizantina (… avrei dovuto mangiare la foglia già lì, vero? …) o stare seduta con te di fronte al mare per quattro ore senza dire una parola solo perché tu non avevi mai visto il mare. Non leggo più i giornali. Non so se gli USA abbiano invaso l’Iraq. Non accendo la TV. Passo ore davanti allo specchio a truccarmi come una geisha … sai cos’è una geisha o te lo devo spiegare? … Ah, ho ripreso a pregare … E’ di me che non mi fido più, credimi.”
Alessio rise. No: non si limitò a sorridere, scoppiò proprio a ridere buttandosi contro lo schienale del sedile e fregandosene che tutti si fossero girati a guardarlo. Poi, altrettanto inaspettatamente, si calmò.
“Tu volevi sapere che cos’è questo, vero?”
E indicò l’oggetto che gli pendeva dal polso lungo l’avambraccio se teneva la mano in alto e steso sul dorso della mano stessa o mollemente appoggiato al suo fianco se la mano era verso il basso o su un piano qualsiasi. Appeso ad un bracciale di rame.
“Beh, lo vedi no? E’ un guanto e non credo che tu avessi dei dubbi in proposito”.
Alessia fece di no con la testa – no, chiaramente, non era quello il problema.
“Sembra il guanto di un’armatura …”
“A modo suo lo è, certo. Non fosse che per il materiale usato. Anche se doveva trattarsi di un’armatura da parata. Lo vedi, no? La maglia è d’argento e tutti i ricami sono intessuti in filo d’oro.”
“Sì, e allora?”
“Mio padre – l’imperatore …”
Ah, stavano così le cose – pensò Giulia – sbiancando – questo qui è l’erede al trono di Bisanzio. Come aveva fatto a non capirlo! Oh god!
“Mi stai ascoltando? …”
“Sì, sì, certamente – vai avanti.”
“Mio padre – che non sa nulla di queste mie fughe (mi farebbe tagliare il naso e passerebbe il titolo di erede a mio cugino Basilio) – si veste come una volta. Ma io non potevo entrare nel tuo mondo vestito così, ti pare? Ho corrotto uno degli altissimi funzionari che controllano discretamente i nostri confini e che sono i nostri messaggeri … quasi degli angeli anche se voi li chiamereste, probabilmente, interfacce, no? … e mi sono fatto portare tutto il necessario per venire qui. Ti dirò che la prima volta che ho indossato una maglietta e dei jeans, per poco non mi mettevo a ridere. Non mi riconoscevo. Poi ho visto questo guanto sulla mia scrivania. Un regalo di mia nonna. Lei mi raccontava che lo aveva indossato Alessio Comneno durante un torneo. E me lo sono messo al polso, agganciandolo a questo braccialetto di rame. Tutto qui. Era come se mi portassi dietro uno scudo magico. Sai, uno di quegli scudi magici delle fiabe che ti rende invisibile …”
“Credo che ti stia sbagliando …”
“Cioè?”
“Quello è un anello magico.”
“Oh, be’, fa lo stesso, no?”
“Ed io – secondo te – che cosa dovrei fare adesso?”
“Scusa? Non ti seguo.”
“Ti sembra tutto così dannatamente semplice? Secondo te io dovrei credere a tutto quello che mi hai detto? … Oh certo, Bisanzio non è mai morta e se ne sta tranquilla oltre il bosco di cedri, enorme, intatta, e c’è un Imperatore con la sua corte e tu sei suo figlio e producete la più bella porpora che ci sia in circolazione (e a chi la vendete? A Bokassa, ad Amin Dada, pace all’anima sua …) …”
Buttò giù una lunga sorsata del suo rum-cola.
“Ehi, Giulia, con chi esci ultimamente? Oh, be’, sai – non lo dico per vantarmi – ma io esco con l’e-re-de al tro-no bi-zan-ti-no. … Invitami alle tue nozze, cara! … Non mancherò, Lidia, Sara …Non mancherò di certo. Volete, anzi, farmi da damigelle. Topazi e smeraldi e rubini e zaffiri e diamanti e ametiste sul capo – oh, dio, qui, in questo mondo, non si dice “sulla testa”? … - di tutte e gli inchini e le prostrazioni …”
“Giulia, smettila – come dite voi? E’ solo un cattivo trip.”
“Ma tu stai scherzando! E’ il sogno segreto della mia vita.”
“Stai andando troppo in fretta – da noi non funziona in questo modo, non sempre almeno.”
“Oh oh oh! Capisco. Nessuno ha ancora parlato di nozze, vero. Hai ragione. Me le bevo proprio tutte.”
E scoppiò a piangere.
Alessio, allora, fece una cosa piuttosto strana.
Staccò il guanto dal bracciale e lo infilò sulla mano sinistra e poi, col dorso, le accarezzò delicatamente la guancia e le chiese se voleva sposarlo.
Alessia alzò lo sguardò su di lui.
Non era bella in quel momento. Già non si truccava quasi per niente (solo un leggero ombretto sulle palpebre e un filo di matita sul contorno degli occhi) ma ora aveva gli occhi e le orbite e le guance arrossate dal pianto e alcuni capelli appiccicati dalle lacrime sulla faccia. Rideva dietro/dentro le lacrime e lo fissava senza sapergli rispondere.
Non c’era niente di buono in tutto questo e lo sapeva.
Era come se un miracolo si fosse compiuto in contra-tempo. Pioggia quando serve il sole, resurrezione se la morte è un buon sonno ristoratore. Cose così. Meringhe al posto di arringhe. Calembours al posto di un’etica.
Prese un po’ di denaro e lo sbattè sul tavolo, brancicandolo e disse che ci avrebbe pensato che non aveva le idee chiare che lei, in qualche modo, non ne era degna … oh cazzo, disse, ma cosa sto dicendo, Alessio vaffanculo … non ti voglio più vedere. Sei uno stronzo – e le tremavano le mani e le labbra mentre lo diceva. Io non ci capisco più niente – diceva – so solo che tu mi stai perdendo. Vattene. Non farti più vedere. Lasciami qui con i miei amici a parlare dell’ultimo disco dei Suspicion o del nuovo Magnum glassato al lampone. Vattene. Ti odio.
E tutto questo l’aveva biascicato continuando a piangere grosse lacrime che le colavano lungo le guance e poi cadevano sulla formica del tavolino a cui si teneva aggrappata con tutte e due le mani per non accasciarsi sul pavimento.
Era così presa da quello che stava dicendo che non si accorse di come la stessero osservando e neanche fece caso al buio che era sceso sullo sguardo di Alessio. Se ci avesse fatto caso avrebbe certamente pensato che lui fosse molto arrabbiato anche se questa parola, “arrabbiato” – adatta alla sua psicologia sbrigativa – non avrebbe reso la sostanza della cosa.
Giulio non era affatto “arrabbiato”, Giulio era disperato per lei. Ecco di cosa si trattava.
Lei smise di parlare e piangere di colpo e, allora, si accorse di quello sguardo e, furibonda, gli versò addosso il resto del suo rum-Cola e poi corse fuori.

Alessio si guardò in giro imbarazzato. Si asciugò alla bell’e meglio la maglietta con delle salviette che stavano nel loro contenitore sul tavolo e poi si arrese all’idea che avrebbe dovuto tornarsene a casa a piedi e – di lì all’incrocio – c’erano almeno tre chilometri di strada.
Pagò con il suo denaro e non disse nulla al cameriere dei soldi di Giulia – che se li prendesse pure, pensò. Non era affar suo.
E uscì per strada.
C’era una stranissima calma. Poche macchine – nessun stereo a palla – rari passanti e una notte stellata, senza luna, che sembrava una corazza nera ricoperta di diamanti.
Camminò con passò regolare, senza fretta, pensando a quello che era appena avvenuto. Pensieri slegati: pensò che, forse, era meglio così. Chi avrebbe mai convinto suo Padre ad accettare un’imperatrice non nobile, non nata a Bisanzio? Ed era, poi, possibile che si fosse sbagliato? Lui aveva intravisto in Giulia una strana ferita. Una ferita che la rendeva la più nobile fra le possibili spose.
Non era bellissima ma aveva la curva del cuore di un’eleganza assoluta.
E a lui era sembrato che gli fosse, in qualche modo, predestinata.
Ma lei aveva detto di no – com’era possibile?
Poteva essersi sbagliato in maniera così goffa?
Appena rientrato avrebbe proprio dovuto discuterne con Cerulario che, quasi certamente, lo avrebbe rimproverato aspramente per la grossolana scelta di dare un’occhiata in giro, oltre le mura di Palazzo.
Pensando a queste cose e a molte altre ma anche cercando di evitare le tane delle talpe o stupendosi per la gran quantità di lucciole, era arrivato all’incrocio e aveva deviato per il viottolo che portava al boschetto dei cedri. Fosse stato meno concentrato sui suoi pensieri avrebbe notato, poco più in là, la Toyota Corolla di Giulia. Ma non ci fece caso.
Lei lo stava fissando mentre si allontanava verso il bosco e si incantò a vedere come il suo passo fosse elastico e quasi privo di peso. Eppure era reale. Non era un suo sogno. Non era, certamente, una sua fantasticheria.
L’ultima cosa che vide – prima che penetrasse nel folto dei cedri – fu il bagliore del guanto.
E quella sarebbe stata l’unica cosa che le rimaneva, pensò, sorridendo.
Anche se, domani, avrebbe potuto raccontare ai suoi amici come avesse rischiato di diventare Imperatrice di Bisanzio.
E loro: wow e cazzo e tiseibevutailcervello.

Io e la Maga,
de Giap



“Il signor Vanessa suppongo” Più giovane di come l’immaginavo, occhi grandi, alta, pallida.
“Sono io, “
Mi stringe la mano con energia. La immaginavo atticciata, unghie laccate, anelli, trucco pesante, criniera di capelli da erinni…questa sembra una vestale un po’ stanca.
“Debbo pregarla di attendere un attimo, la precedo intanto”
Mi introduce in una saletta, qualche poltroncina in similpelle nera, un tappeto con sopra oggetti che non riesco subito a identificare…giocattoli?.
“Due minuti e sono da lei” Si chiude la porta alle spalle.
Mi siedo in quello che più che una sala d’attesa sembra un tinello anni sessanta.
Alle pareti stampe d’argomento vario, una tavola d’anatomia cinese con simboli e ideogrammi che mi sfuggono, serigrafie delle costellazioni tracciate a penna , niente di particolarmente esoterico…a parte i bastoncini resinosi che bruciano, infilati come minuscoli larici sulla superficie di un plastico che rappresenta un paesaggio montano.
Da lontano mi arriva una canzone, meglio, una specie di nenia modulata come una cantilena.. Poi un’altra voce più forte s’inserisce, l’interrompe…le due voci ora aumenta no di tono, le frasi si fanno concitate.. Due voci femminili si sovrappongono ; più che un colloquio pare un diverbio…
Mi alzo, muovo qualche passo verso la finestra schermata da tendaggi spessi come tappeti, guardo fuori : l’occhio s’arresta sulle pareti di altre case popolari, spicchi di cortili pavimentati che convergono verso garages, cancelletti…In basso l’unico segno di vita nella strada sono due ragazzotti affaccendati sulla soglia della nicchia luminosa e multicolore di un distributore di Videocassette.
Non si vede il cielo, nemmeno vegetazione, se si escludono ciuffi esangui di improbabili siepi di pitosforo.
Pitosforo! Cose così: improvvisamente i balconi si sono riempiti di antenne satellitari e i cortiletti di piante mediterranee dal corredo genetico su cui non giurerei.
Che sia la modernità?
Riaccosto la tenda, di là s’è fatto silenzio. Aspetto.
Lo sguardo mi cade sugli oggetti sparsi sul pavimento, in effetti si tratta di pupazzi di animali, giocattoli di peluche, ma paiono disposti secondo un qualche oscuro criterio .. L’alligatore occhieggia da dietro la gamba di una poltrona, da sotto la piega del tappeto affiora un panda sdrucito che si copre con le zampette gli occhi. Ora ne noto un altro seduto su un tavolinetto seminascosto da un vaso . Forse ci sono bimbi piccoli in giro..e poi ho l’impressione che non ci sia questo viavai di clienti dalla signora Camilla e lei avrà dimenticato di riordinare.
Nel silenzio assoluto un rumore di passi, la porta si apre, ricompare la vestale, ha i capelli raccolti a crocchia:
“ Prego può accomodarsi” mi precede per un corto corridoio, alcune porte chiuse.. è certamente la sua abitazione.
Apre la porta dello studio, entriamo…
Piccolo, due punti luce nascosti da cuscini effetto grotta-alcova ,a stento si distingue una scrivania al centro della cameretta, ci sediamo ai lati opposti …lo schienale delle nostre seggiole dista non più di mezzo metro dalle relative pareti.
“Non la stupisca il buio , fa parte del mio metodo, fra un po’ accenderemo la luce, intanto la prego di rilassarsi anche se non possiamo ancora vederci in viso, lei è mai stato in analisi?”
“Prego?”
“Non importa…volevo solo invitarla ad essere il più spontaneo possibile anche se è normale che la situazione la metta a disagio…”
“Non si preoccupi, non sono a disagio.. va tutto bene” rispondo.
“Ok, penso faremo un buon lavoro, ora le farò alcune domande, anche molto personali, accendo il registratore a meno che..”
“Accenda pure…” gli occhi vanno abituandosi alla luce debolissima; ora la sagoma del suo volto si ritaglia meglio sullo sfondo della parete, così mentre si gira per attivare la registrazione mi offre il profilo e, da esso un torrente d’immagini: un’erta, un faro, una landa di vegetazione bassa spazzata dal vento….la copertina di un libro con un volto di donna..
Forse la mia vita privata si è andata narcotizzando nelle routine, ma di così scabroso non è che ci sia granché in quello che mi sta chiedendo…Gita al faro…Assomiglia come una goccia d’acqua a …
“Vedo che sta magnificamente adeguandosi alla corrente d’interazione, bene, non capita che con pochi soggetti”
Si sente un tonfo come una seggiola rovesciata in una camera vicina, qualcosa che ruzzola sul pavimento.
Lei ha un piccolo sobbalzo ma si riprende e continua:
“E’ necessario che ci si abbandoni entrambi al flusso delle nostre menti; annulli ogni percezione che i sensi le forniscono…Neutralizzi ogni stimolo.. il mondo esterno non esiste più per Lei”
Per me può anche andare, anzi…sarebbe il massimo, ma lei ha la voce un po’ incrinata..
“Bene.. lei è un buon soggetto, ora può dirmi la ragione per la quale si è rivolto a me”
“ Ho letto un accenno al suo … sistema.. lei utilizza gli insetti per predire.. Mi ha incuriosito perché io..”
Una chiazza di luce illumina la superficie della scrivania, strizzo gli occhi.. Sotto la lastra trasparente di cristallo, dentro cellette quadrate, una moltitudine di piccoli oggetti neri…la teca di un entomologo, insetti di tutte le morfologie…
“Stupito? Come vede è proprio così. Lei ha davanti una cospicua collezione di esemplari, alcuni affatto comuni….
Ho il privilegio di essere a conoscenza di molte nozioni di un sapere remoto sapienziale che ricercava il segreto della conoscenza non alzando gli occhi alle costellazioni, ma immergendoli nelle radici del nostro essere …E noi veniamo da qui “ proferisce enfatica estraendo un bacherozzo dalla sua celletta, dopo aver fatto scorrere la teca di cristallo.. me lo porge sul palmo della mano.
“Lo osservi, un esemplare immutato da milioni di anni, in lui il tempo si è fermato! Capisce? Qui affondano le tracce della nostro essere, basta possedere la grammatica per la sua comprensione…Lo osservi: è autentico! Sono sottoposti a una particolare procedura che li rende duri quasi come il metallo…”
La guardo, il suo viso, ora in luce, appare levigato e bianco come la cera, eccetto l’ombra del naso e le rughe attorno agli occhi ancora giovani…
“E ‘ in effetti la ragione che mi ha indotto a telefonarle.. Mi stanno succedendo cose strane da un po’, e sono perseguitato dall’immagine di insetti.. Anche poco fa venendo qui ho raccattato…”
“E’ una cosa interessante ,me ne parli…lei è nato nel..?”
Rispondo. Lei tuffa lo sguardo nel cimitero imbalsamato e ne trae un secondo insetto:
“Ecco chi darà risposta alla sue domande…Dorifora pratensis.. il destino che l’attende si snoda sotto il suo segno..”
Lo stridere della porta alla mia destra: nel vano si disegna la sagoma di una ragazzina.
“Lucia! Che c’è? Lo sai che non devi disturbarmi mentre lavoro…”
La ragazza rimane immobile, passano alcuni secondi..
“Vieni pure avanti, a questo punto.. Mi scusi “dice rivolta a me “ A volte qualche cliente al telefono è particolarmente insistente.”
La ragazzina mi sfila di fianco percorrendo i pochi passi che la dividono dalla donna seduta.
“Allora che succede?” C’è qualcosa di stonato ,di automatico nella sua voce come se stesse recitando una parte consunta.. Ma la ragazza tace.. Attraverso la vestaglietta trasparente si indovina una sagoma esilissima.
Una vampata accende il volto pallido di quella che suppongo la madre :
“Ma insomma questo signore sta aspettando! Lucia!”
Per tutta risposta la ragazza allunga il braccio scarno attraversato un reticolo di vene sporgenti ,afferra l’insetto sul palmo della mano della madre e lo scaraventa in un angolo. Poi si china lenta sul tavolo mentre la luce riflessa dal cristallo le riverbera sul viso illuminando gli occhi grandi, le guance tirate, gli zigomi sporgenti di una anoressica.
Le sue dita estraggono con cura un altro cadaverino color carbone che viene cautamente depositato sul tavolo.
Solo ora distinguo l’oggetto che tiene nell’altra mano; un coccodrillino di stoffa.
“Ma ..ma ..Lucia..” ha riacquistato il suo pallore cinereo, sembra che attenda qualcosa dalla ragazza, che immobile continua a mostrarmi le spalle..
”Allora non hai nulla da dirmi oltre a sfoggiare i tuoi capricci?”
Per tutta risposta la ragazza si gira di scatto verso di me, bacia sul muso il pupazzetto e me lo depone in grembo.
Mentre rimango a fissare come un ebete il suo verde smeraldo, sento la porta che si richiude.

Lascio trascorrere un po’ di tempo prima di sollevare lo sguardo, ho sperato che lei parlasse ma i secondi sono corsi via sfilacciando il tempo come un chewingum troppo sottile, prima che il filo si spezzi azzardo a mezza voce:
“Non importa “. Ma lei ha il viso nascosto dalle mani; immobile, non sembra interessata a recuperare in modo dignitoso la situazione. Abbasso per un moto di pudore gli occhi e fisso la piccola chiazza nera ritagliata dalla luce che sgorga dall’interno della teca. La sagoma scura è identica alla chiazza che affiora e stinge sul mio torace…
“ Signora, vedo che lei ha problemi contingenti, i ragazzi a volte….. del resto io non ho figli e posso solo immaginare…non ho difficoltà a fissare un altro appuntamento….comprendo che in questo momento lei desideri… .sa che però questo insetto è precisamente quello che mi ritrovo tatuato sul torace?”
“Le chiedo solo un attimo” balbetta alzandosi e uscendo rapida.
E adesso? Che ci faccio qui, con sto pupazzo in mano e due matte di la’ che te le raccomando? Potrei ripassare un po’ di entomologia intanto, o frugare in un cassetto… Potrei scivolare via sperando di guadagnare l’uscita senza danni.
Sfilo gli occhiali rimasti miracolosamente nella tasca dell’impermeabile, li inforco; soppeso l’insetto. E’ pesante.
Troppo per essere vero ;infatti è di metallo…hai capito il trattamento speciale?
Le solite panzane per creduloni, dietro a ogni strega c’è un cucinotto unto, uno scazzo domestico, un’adolescente da psichiatra….
Andarsene.. e se poi mi si accusa di non voler pagare? Sarebbe pazzesco, anche se non del tutto improbabile a sto punto…
I minuti passano lenti, ho esaurito tutta la gamma delle spiegazioni possibili, ho ridotto il pupazzo a un cencetto umido di sudore… Mi alzo, esco sul corridoio, si sente un rumore rauco, liquido, come di condutture gorgoglianti e sepolte nei muri…ogni tanto s’interrompe in un singulto stento.
Avanzo cauto come una pantera nella giungla, un’occhiata dietro a una porta semiaperta: la cucina…una tavola apparecchiata, un piatto con qualcosa dentro, posate allineate al loro posto, una caraffa d’acqua, una mela solitaria su un piattino.
Da qui il rumore sincopato si fa più percepibile, qualcuno sta piangendo, e non si trova dentro al muro.
Una porta socchiusa ,una targhetta con inciso “Mia casa”…il rumore non si sente più, oppure si è trasformato in questo sussurrare ,…mi avvicino.. spingo lentamente la porta che si apre.
La signora Camilla è in mezzo alla stanzetta accovacciata sui talloni; di fronte a lei, seduta sul letto, sta la ragazza a gambe incrociate, lunghe calzette bianche da collegiale. Tiene in mano un piattino da cui preleva ogni tanto qualcosa che porge, come un sacerdote l’ostia , davanti alla bocca aperta della madre che lo inghiotte:
“Lo spicchio di un mandarino per il più piccolino, la mela renetta per la zia Benedetta, la fetta di banana che i brufoli risana…la Rosaromana per non dispiacere alla Befana….”
Ad ogni boccone che le allunga lei stessa ne mangia l’equivalente. Rimango sulla soglia ad osservare la scena che alla luce chiara sembra dipanarsi come su un palcoscenico. Anche perché la stanza è farcita di mobili e oggetti dai colori sgargianti come quelle stanzette convenzionali da bimbo, stucchevoli e leziose, a cominciare dalla decorazione della carta da parati a palloncini rosazzurri.
Non farlo.. non farlo.. mi dico mentre avanzo dentro alla stanza, ma è un impulso cui non so resistere come quando vidi Guido che strapazzava l’ometto…Perché no ? Se navigo già dentro a un fiume in piena di sogni e relitti, torbido di fantasie e premonizioni…cos’altro potrà capitarmi.?
Fisso il viso della donna che ruota lento verso di me, lacrime le scorrono silenziose lungo la guancia , dal mento gocciolano allargandosi in una chiazza sulla tunica biancastra.. Non muove un muscolo, non accenna ad alzarsi, dal suo sguardo sgorga una luce mite, quieta. Le sento dire alla figlia :” Vedi che è arrivato.. avevi ragione”
L’altra mi sorride: due labbra sottili, in piena luce gli occhi enormi sono due pozzanghere blu, è magrissima..
Ho l’immagine di un plantigrado in impermeabile dentro a un box per neonati: io .. Mi siedo.
“ Hai fatto amicizia con Drillo? A lui sei piaciuto subito” fa lei mentre imbocca con una fettina verdemela la madre.
“Direi che ci intendiamo, anche se è un po’ più magro di me, forse dovresti dargli un po’ più da mangiare, mi ha detto che ha voglia di pesciolini azzurri” replico come un pazzo…le parole vengono fuori senza che io le pensi.
“Hai ragione, è che stiamo troppo assieme, e anch’io non mangio molto…così anche lui..”
“Un vero peccato, perché sei una signorina graziosa” dico.
“Lo pensi veramente? C’è chi dice che se continuo ad ingrassare non andrò mai in paradiso”.
“Chi lo dice è solo invidioso, con un po’ di cicciarosa in più sulle gote avrai una fila di principi sulle scale” dico.. non ditemi che sono pazzo…
“Debbo pensarci, sei simpatico a Drillo e forse ti daremo retta. Me lo dai un bacio?”
“Certo.” Mi inginocchio e arrivo facile al suo viso, la bacio mentre lei mi stringe forte con quegli stecchi che ha come braccia.
“Sei un orco buono, io lo so. Anche se sono così…sento molte cose che gli altri non sentono. Le sento anche se non parlo mai, ma oggi è diverso…Ti fa male il petto? Quando ti brucia spalmaci sopra un po’ di miele delle mie api, così lo scarabeo torna nella sua tana”
“Lo farò” dico mentre la luce della stanza cala d’improvviso.
Sento la donna che dice :” Finisci tu la frutta che accompagno il signore, Lucia”. La stretta della sua mano attorno al mio polso.. Ci alziamo in piedi, sfilo di tasca il pupazzo dell’alligatore e lo deposito sul letto.
“No tienilo tu per un po’, così si cava la voglia di pesciolini…” mi dice Lucia.
Siamo in cucina, lei ritrae di colpo la mano con cui mi ha arpionato il polso ; due strisce brillanti come bave di lumaca le rigano le gote; ho quasi l’impressione che stia per baciarmi tanto mi si è avvicinata.
“Lei chi è? “ c’è un tono struggente più che interrogativo nella sua voce.
“Beh , veramente vorrei saperlo anch’io, ero venuto per questo”.

[editado por sicilia el 05-07-2005 a las 08:46]

05-07-2005 a las 08:41
sicilia
registrado: 30-06-2005
respuestas: 29

Re: "Un proyecto"

otro invento italiano,
una editorial

http://www.untitlededitori.com/dir/

05-07-2005 a las 08:51
sicilia
registrado: 30-06-2005
respuestas: 29

Re: "Un proyecto"

Londra e vedersi dal di fuori,
de Mario Bianco




Me ne andai a Londra quasi di brutto, scappai di corsa, vent’anni fa, perché non ne potevo più di famiglia, di esigenze paterne, di protezioni e sgonfiamenti materni, di cretinerie sororali e della mia facoltà. Non ne potevo più anche di me stesso, a pensarci bene, perché dentro mi si aggiravano delle cose oscure che allora non potevo né vedere né definire, preferivo ignorare, ma le ombre viscerali pungevano e chiedevano voce, volevano essere partorite ed urlare alla luce del giorno.
Scappai a Londra con Elio, che appena iniziava l’estate non vedeva l’ora di prendersi quel treno e poi quel traghetto e finire là: London. E non soltanto perché a Londra aveva due o tre appoggi femminili ma anche perché lavorare in un grande albergo gli piaceva: faceva abbastanza soldi, durante l’estate, e pure questo gli gustava.
A dir la verità io credo che provasse proprio soddisfazione nell’indossare quella sua specie di marsinetta nera con farfallino e poi star là tutto duro, impalato col mento all’aria e col suo pizzo curato, l’occhiale brillante in attesa presso il tavolo dei formaggi in qualità di aiuto cameriere. Ci finii pure io in quell’enorme albergo, l’Inter Continental, grazie ad Elio, come aiuto aiuto cameriere: farà ridere, ma è così. Io portavo, in giacchino bianco, dalla cucina e dalla cantina ai tavoli di servizio soltanto cose confezionate quali formaggi, vini, pane, salse, bottiglini vari, poi tutto spreparavo, nettavo, piegavo e via, a pranzo e a cena: non faccio per dire, sala da pranzo per 1200 persone. Non vi dico camerieri, capo camerieri e maitres terribili, inflessibili, roba da terrore, da camminare gobbi, ma paga discreta e Londra fuori, là da Hamilton Place in poi.
Elio mio ex compagno di scuola delle medie, mio maestro e mia guida nella vita fino ad allora, mi portò pure dall’ottimo signor A.G.Balls, in 119 Westbourne Grove, un pensionato delle ferrovie che affittava due alloggetti di sua proprietà. Era tutto perfetto. Ero a Londra perfettamente spaesato e rintronato, ma dopo poche ore già con lavoro ed alloggio; del tutto rincretinito e sorridente mi ero inserito nel quartiere di Bayswater, popolato da gente di tutti i colori; non sapevo più se avevo problemi o no, se c’era mio padre e mia madre e la Facoltà di Fisica. Fumavo guardando ogni tre secondi la sigaretta, una Navy Cut, di quelle col salvagente sulla scatola e tossivo terribilmente per il tabacco Virginia, ero ebete e felice, bevevo una Guinness e ridevo, guardavo un indiano col turbante e ridacchiavo, un giamaicano con le treccioline e strabuzzavo gli occhi, roba da chiodi.
La prima notte non riuscii a dormire per nulla. Troppa eccitazione e luci e gente e Underground e sigarette. Elio pareva una spoletta volante tra un telefono pubblico e un pub, sempre in moto, occhi roteanti e lingua saettante, in un dinamismo spaventoso mai visto.
Dopo tre giorni di lavoro e di insonnia ero completamente cotto, mentre Elio ancora imperversava la notte cacciando come un satiro le sue ninfe obliate per qualche mese. Io gli proposi una tregua personale, in cui lui avrebbe fatto tutti i cazzi suoi ma fuori del nostro quartierino ed io avrei dormito, scopo recupero ore di sonno ed avrei girato un po’ per conto mio.
Dormii, con ausilio erboristico; non sentii per fortuna Elio la notte, per via di due tappi di cera auricolari. Andai poi per curiosità e per comprarmi della pasta in un vicinissimo supermercato, sempre in Westbourne Grove: lì davanti a me alla cassa ci fu Mira.
La cassiera, un indiana, stava facendo dei pasticci di conteggio e Mira davanti a me attendeva. Io vedevo una coda di capelli neri corvini, un frammento di collo bruno, tornito e un paio di jeans che foderavano un sedere di tutto rispetto e sentivo parlare, berciare, non solo in inglese. Curiosai, sporsi le testa e vidi due occhi di pietra nera, sfavillante ed un naso che toccava quasi il mio: subito ci dicemmo un “sorry”, ma Mira con una smorfia altera.
Aveva comprato una montagna di roba, la poveretta, portava con evidente fatica quattro borsoni di plastica ed io la vidi precedermi di qualche passo nella stessa mia direzione. Mi venne un’incontenibile voglia ancora di parlarle. Mi affrettai, la raggiunsi con il mio pacco, mi avvicinai al suo fianco, poi la precedetti di un passo e mi offrii di aiutarla visto che andavamo nella stessa direzione. Quella donna posò tutti i suoi pesi, si mise le mani sui fianchi, poi mi squadrò in un modo severo ed aggiunse a questo parole che avevano del perentorio.
Mi disse, per quello che capii, se sapevo quel che facevo, se sapevo chi era lei, e se sapevo chi ero io e dove mi trovavo, e se mi ero mai visto dal di fuori. Poi, sollevata la sua pesante spesa, girò verso destra prima della chiesa della Christian Fellowship, proprio di fronte alla verde casa di Balls.
Prese a piovere sulla mia testa, su questa mia capa tosta, come dice mio zio Aurelio; mi venne da piangere, mi prese nostalgia fortissima di ritorno in una cuccia, mi sentii quelle parole come pugni inesplicabili alla bocca dello stomaco. Ma perché? mi domandavo, perché? Mi tormentava il senso ed il tono del brevissimo discorso della bella sconosciuta indiana. Cosa diavolo voleva dire se mi ero mai visto dal di fuori? Facevo schifo? Non ero mai stato brutto, perlamiseria! E lei si vedeva lei!?. Mai ero stato trattato così da una donna, per di più era la prima volta che abbordavo una femmina per la strada. Ero piuttosto infuriato, ma soprattutto sorpreso, stupito. Mi ubriacai deliberatamente con un pessimo rhum e stetti male e peggio lavorai: per poco non rovescio un tavolino, rompo due bottiglie e mi sbattono via dall’Inter Continental.
Elio mi coglionò per alcuni giorni, poi mi passò e guarii; ma mi preparai, comprai un fiore secco giallo lì vicino, in Portobello Road, feci la posta a Mira e la trovai.
Un pomeriggio, naturalmente, risalii la via sul fianco della chiesa e la vidi seduta su di un muretto che parlava, scherzava con due bambini, un maschio e una femmina, egualmente indiani, che giocavano su di un piccolo prato antistante. Mi avvicinai risoluto e le tesi il fiore giallo, lei tese la mano automaticamente; le feci un inchino e le voltai le spalle, dopo tre secondi. Feci in tempo a vedere, con la coda dell’occhio, prima di voltarmi che i suoi straordinari occhi sgranati sorridevano. E mi rimasero dentro e ci sono ancora.
Come lei ed il senso delle sue parole, come i quadri di Turner che mi concessi alla Tate Gallery, da solo senza rompimenti, per ore. Mi domandai come fosse Turner dal di dentro e se lui fosse riuscito a vedersi dal di fuori; pensai che probabilmente il suo di dentro si esternava nei suoi dipinti: così lui riusciva a vedersi, anzi a contemplarsi.
Io non riuscivo ancora a guardarmi, avevo molte zone d’ombra che non volevo visitare, né troppo conoscere, e nemmeno riuscivo a trovare il modo di schiarire quel buio. Andavo a tentoni.
Andavo al supermercato indiano quasi tutti i giorni, anche per comprare una robetta, pur di incontrare i begli occhi e pure il mistero di Mira. Una volta la vidi col sahri, forse andava ad una festa, era splendida, era d’oro e di fuoco e volava come una magica fenice per Westbourne Grove, perfino il signor Wallaby, vecchio negoziante di cornici affacciato al piano terra della nostra casa, fece delle palle d’occhi così.
Tenevo sempre un fiore artificiale giallo o rosso in una tasca interna, pronto all’uso, scopo omaggio a Mira. Dopo tre settimane riuscii a sedermi vicino a lei sul muretto dei bambini. Non troppo vicino, mi fece segno. I bimbi non erano suoi, erano figli di suo fratello e per rendermi subito edotto della situazione, mi dichiarò che era promessa sposa ad un suo cugino, che tra le famiglie indiane si usava così e lei era contraria, ma non poteva permettersi di fare diversamente.
Com’era Mira dal di dentro? La vedevo così bella e fiera e pensavo che lo fosse anche internamente, ma, forse, non era così se doveva sottostare ai voleri di una famiglia e a rigide usanze indiane.
Era nata in Londra, proprio nel quartiere di Bayswater, aveva amici inglesi, giamaicani, cinesi, nigeriani, eppure non era inglese se non di cittadinanza ed educazione. Un vincolo possente, forte le creava degli obblighi.
Cercai di scorgere nei suoi occhi le tracce di una schiavitù, non le feci domanda alcuna e cominciai a stento a parlare del mio, di Torino, dell’Italia, della famiglia. Mira assentiva più che altro, mi lanciava degli sguardi, a volte, comprensivi, ma in fondo tutto ciò pareva non interessarla.
Poi, giorni dopo, sempre sul muretto, a debita distanza, le chiesi che significasse vedersi dal di fuori, che cosa volesse dire quella frase per lei, e se ero forse brutto o antipatico.
Lei rise, e anche tanto, affermò col suo tono molto adulto, assertivo che le ero sembrato quasi un povero bambino grande, balbettante, insicuro, spettinato e non si vergognava di aver pensato ciò. Abbassò la testa, con una smorfia e mormorò:
-Tanto che importanza ha….qui è tutto giocato..
Mi piovvero sul capo tristezza, anche spavento nel sentire una ventenne pronunciare parole simili, cercai di pronunciare qualche parola adeguata, ma lei chiamò i nipoti, si alzò e se ne andò senza salutarmi.
Tornai con i fiori al muretto, giorno dopo giorno: non la rividi più. Lasciai passare due settimane poi chiesi alla cassiera del market indiano, che ormai era quasi mia amica, dove fosse sparita Mira; questa si mise le mani in testa e prese a piangere, poi estrasse dal sottobanco una pagina di giornale, mi mostrò una cronaca di qualche giorno prima, una foto; Mira di fronte con gli occhi sbarrati, sembrava persino brutta, una terribile foto segnaletica. Mira morta, Mira uccisa dal cognato Girish Kumar per gelosia: non poteva sopportare che sposasse un suo cugino.
Mi fu d’aiuto e sostegno Elio, in quel momento, mi dette una mano, mi stette vicino, fu stranamente comprensivo.
Non sembrava vero, mi ero innamorato sul serio, sì proprio, lo sentivo e tutto si disfaceva in morte precoce. Era un nulla che mai era stato qualcosa, forte dentro come senso, però, forse miraggio, e doveva passare così come niente fosse: dovevo farmela passare presto quella cosa che mi stritolava il cuore.
Dentro, ero dentro, completamente uno con il dolore; ma dal di fuori, come mi vedevo?
Ancora di più bimbo illuso, giocherellone e poi ragazzino nero di botte, che è caduto a terra, che è stato ferito, lacerato da un mostro che si chiama il caso, la vita, un camion gli è passato sopra e lui si trascina al bordo della strada. Così mi vedevo, così sentivo, così appresi a guardarmi dal di fuori, con una terribile botta. Fu un lampo, un’immagine, come un colpo di lancia tra gli occhi.
Per curarmi ritornai a vedere Turner: me lo aveva consigliato mio zio Aurelio, il pittore. Stavo là due ore per settimana, anche di più. I suoi cieli di materia scabra e luminosa e nebbiosa e violenta, mi scuotevano, ci entravo dentro, mi smussavano, limavano le punte del travaglio, così sentivo. Annegarmi in quell’impasto era pura anestesia, un distillare un liquore sottile che mi curava. Mi vestii di scuro, tutto di blu, comprai della roba usata così, sempre in Portobello, era in sintonia col mio cuore battuto. Con quel colore mi sentivo a posto, vedendomi dal di fuori.
Stetti tre mesi in Inghilterra, tre mesi solo in Londra, nessun altro posto; entrai persino nella chiesa della Christian Fellowship, forse a pregare, forse a sentire l’atmosfera di quella sorta di fortezza ferrigna a bugne rustiche posta di fronte a casa mia: un‘atmosfera tranquilla, piccole luci, alcune buone statue lignee, silenzio, mi ascoltavo, mi curavo.
Torno quasi tutti gli anni a Londra con moglie e figli, telefono al sig.Balls, il quale è molto anziano e lui ci riserva un alloggio: torno sempre alla casa verde.
Stiamo tutti là allo stretto benissimo; compro alimenti al supermercato indiano vicino a Queensway, mi do da fare nel cucinotto, preparo un succulento curry; porto poi a giocare i ragazzini nel prato vicino al muretto, dietro la chiesa della Christian Fellowship, guardo l’erba, odo le grida dei miei figli e ricordo, sento l’inconsapevole dono di Mira.

07-07-2005 a las 08:32
sicilia
registrado: 30-06-2005
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Re: "Un proyecto"

L’Angelo,
de Angela Ravetta



L’Angelo che regge e governa la città di Torino fu effigiato in una statua che l’architetto Antonelli volle in cima alla Mole. Un tremendo temporale lo abbatté e fu sostituito da una stella. Ora giace all’interno della cupola.
L’Angelo non ha abbandonato i torinesi, il suo respiro crea la bolla iridescente in cui la città rinasce ogni giorno. Osserva le vie, le piazze ancora deserte il mattino presto, quando i primi passanti portano il cane a fare pipì. I bianchi capelli d’oro fino intridono le nuvole alte fino ai monti, sono neve che scivola nei canaloni.
Dorme, sogna tranquillo, fiume lucente dagli argini fioriti.
L’Angelo ama la città, la sua città così severa e alle volte triste, osserva i passanti.
In via Roma Gianluca passeggia con la zia, cerca la piega calda del suo fianco. Anna gli fa scivolare il braccio sotto le spalle rialzandolo perché non vuole che veda un tossico a terra.
“Zia, papà mi ha dato cinquanta euro. Che cosa potrei comprare alla mamma?”
“Mi fai venire l’ansia con questa tua mania di comprare.”
“Va bene. Non te lo dirò più.”
Anna guarda la travatura sotto i portici. Le pare di aver visto uno striscione del Museo dell’abbigliamento. Chissà dov’è finito? Forse in via Po?
Gianluca si è sciolto dall’abbraccio.
L’Angelo osserva con occhi d’agata, barbagli d’oro nel cielo in via Santa Teresa.
Anna si riscuote:
“Sono proprio stupida a cercare un museo, andiamo a vedere le vetrine, qui ci sono i migliori stilisti.”
Un pantalone largo e una giacca incavata di Armani fermano Gianluca. La zia lo distoglie:
“Vieni: attraversiamo. C’è un negozio d’abiti da sposa.”
Pensa che possano piacergli.
“Zia, fanno schifo. L’unico è questo bianco avorio. Che cosa significa omosessuale?”
Fa domande a bruciapelo per sorprendere, per essere certo che la risposta non sarà evasiva, ma Anna la aspettava da qualche tempo, era preparata:
“E’ un uomo che ama gli uomini invece delle donne.Te lo dicono perché vuoi fare lo stilista.”
Sotto la galleria San Federico i manichini hanno sguardi innocenti. Gianluca vorrebbe un negozio lì, esporre le proprie creazioni come Versace.
Tiene lontano con un braccio la zia, il tempo di scrutare e la trascina. Un miniabito nero di Max e co. lo blocca un attimo.
L’Angelo ha posto la palla iridescente della città sul plesso solare.
Il dito del grattacielo amaranto indica il cielo e indigna il ragazzino:
“Che brutto! E’ orribile! Perché non lo buttano giù? Compriamo villa Carpeneto, la facciamo aggiustare, una stanza per la nonna e una per te. E tutti noi e anche Ash e anche Gianfranco, se vuole. Lì c’è posto per tutti.”
L’Angelo salta su un piede solo, gioca a campana.
In piazza Castello un gruppetto di turisti attende l’orario d’ingresso per palazzo Reale.
Gianluca entra nel salone delle guardie, si attarda a fissare il trono di velluto rosso.
Nei ritratti d’epoca i piccoli Savoia hanno cuffiette bianche e vestitini alla caviglia.
Il suono degli orologi è setoso e metallico. Gianluca gira intorno al gruppo dei visitatori, sfiora con la testa la zia che gli accarezza le setole di velluto contropelo.
L’Angelo guarda dai vetri bollosi, li vede affiancati.
L’accompagnatrice indica la scala aggettante dello Juvarra.
“Le forbici che vedete là in alto dovevano servire a tagliare le lingue dei nemici e detrattori.”
Piove una luce bianca dagli stucchi.
Gianluca corre giù dallo scalone, esce all’aperto, supera la cancellata di ferro e si blocca:
“Zia, qui c’erano dei fiori.”
La piazza è stata rifatta: quattro pinnacoli d’acqua escono dalla pietra.
Il pulviscolo bagna i loro visi.
Anna trema nel cappottino nero, si stringe a Gianluca e mentre percorrono affiancati i portici di via Pietro Micca, ricorda:
“Devo comprare le candele.”
Scelgono dagli scaffali del negozio della ditta Conterno in piazza Solferino.
La commessa si è accorta di loro:
“Dì a tua madre che ne compri una per te.”
“Non è mia madre, è mia zia.”
Anna sorride:
“Ma quando è nata tua sorella volevi che fossi la tua mamma. Non lo desideri più?”
Gianluca affonda il capo nello scovolino di pelliccia di Anna, cerca il suo odore in una lenta oscillazione.
La commessa avvolge la candela con velina traslucida.
Escono dal negozio. Nevica fitto con lunghe folate tese.
Gianluca guarda in fondo al corso:
“Zia, è l’Angelo della città che respira con ali di neve.”
Volano piume leggere, attraversano le loro anime, la stessa densità dei loro corpi allacciati.

07-07-2005 a las 08:35
sicilia
registrado: 30-06-2005
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Re: "Un proyecto"

Il brutto poter ascoso,
de Demetrio Paolin




La prospettiva dei tetti lo portava fuori. Gli si chiudevano le narici agli odori, come se si fosse disabituato a tutto questo guardare solito: i tetti medesimi gli rimandavano tremende bellezze.
Eppure era andato tutto normale, gli era bastato salire in macchina percorrere corso Orbassano, prendere l'autostrada per 56 km, uscire ad Asti Est e poi altri 12 km in direzione Casale Monferrato, una cittadina che era buona giusto per le zanzare e le feste patronali. La leggenda dice che a Casale avesse preso il brevetto da pilota uno degli attentatori dell'11 settembre. C'era arrivato in questo aeroporto da niente, una pista e poco altro. Quello che lo aveva colpito era l'erba luminosa del prato intorno alla pista di decollo: gli erano venuti in mente certi campetti delle ville che stavano intorno a casa sua.
Ci camminò sopra questo verde smeraldo, così lucido che sembrava finto, ed erano giusto due settimane dopo 11 settembre, e non credeva possibile che qui un terrorista avesse passato un anno e più della sua vita ad imparare a pilotare trabiccoli da niente, per poi prendere possesso di boeing per lanciarsi contro una delle due Torri Gemelle. Aveva ancora precisa nelle meningi la vertigine che provò, quando vide le sue scarpe di colpo alzarsi in una bizzarria terribile e lasciare questa depressione di pianura e gettarsi contro quell'edificio orribile, perché le Twin Towers erano brutte e non bisogna dimenticarselo, e penetrarlo come fanno i cani con le cagne con rabbia. Ci aveva pure scritto qualcosa, una serie di appunti o altro, ma poi l'articolo non l'aveva buttato giù: s'era appuntate due o tre righe tanto per non dimenticarsi, frasi che dicevano qualcosa del tipo: la banalità del male non era nelle persone, ma nei luoghi, in questo aeroporto che sembrava un campetto di periferia. E l'aveva pure descritto, nella nebbia che a Casale Monferrato non manca mai, neppure d'estate quando fa a gara con le zanzare e i moscerini per rendere più tetra la città, il kamikaze che si prendeva una birra (poteva prendersela? Forse no, ma quando sei sotto copertura, anche i divieti religiosi vengono infranti) con gli altri aviatori e tutti insieme pensavano di dare quattro calci al pallone, mentre si aspettava che gli aerei finissero la manutenzione. E pensarci bene tutto questo fantasticare non era poi così lontano dai piccoli sogni di questi uomini, che avevano ucciso 5000 persone come fossero mosche (ecco si forma nella mente il viso del presunto kamikaze che infastidito da una mosca, una delle tante, la schiaccia sul tavolo di plastica dell'aerorimessa, pochi bicchieri usati e un paio di bottiglie) e che, sognando un paradiso carnale, si erano avvolti i corpi con delle bende strette così l'esplosione non li avrebbe disintegrati, perché in paradiso - nel paradiso in cui si va dopo aver fatto saltare le Twin Tower - bisogna arrivare integri.
Alla fine non ci aveva scritto su nulla, aveva desistito: Tommaso si era detto che era meglio lasciar perdere; non avrebbe dovuto spiegare troppe cose, dopo che aveva messo i piedi sul quel parto.
Oggi, però, aveva girato 12 chilometri esatti dopo Asti e il paese l'aveva visto da lontano con il campanile nella luce del mattino, di quel mattino appena iniziato, perché a lui piaceva arrivarci presto nella luce primitiva che avevano le case come suscitate da un occhio lacrimoso.
Alla terza curva l'autoradio era esausta e la musica si spense per inerzia.
Bisogna mettere in ordine la tua camera, i libri gli appunti le lettere e poi scegliere quelli che devi portarti a Torino e quelli che possono andare in soffitta, così gli aveva detto sua madre e lui, senza pensarci più di tanto (quando avrebbe capito che questa sua leggerezza l'avrebbe prima o poi pagata tutta), aveva detto che sì, sarebbe venuto su sabato mattina presto.
"Quindi vieni sabato"
"Sì, prima non posso..."
"Bene così mi porti al mercato"
"..."
"...e che se aspetto tuo padre, quando ci vado mai, tuo padre sa solo borbottare, quindi è meglio se mi porti tu".
Il sapore acre del mercato del sabato se lo ricordava e anche quel disagio che lo prendeva non appena girava per le stradine medioevali e strette, piene di gente dalla faccia strenuamente contadina e l'odore da stalla. Si ricordava di tutto questo come qualcosa disfatto, di smerlato dalla sua vita eppure ancora così presente: la macchina parcheggiata nel primo posto disponibile, e poi lui e sua madre camminavano, certe volte capitava pure che camminassero a braccetto, ma era giorno che tutto girava bene, verso la piazza, dove il poeta dava le spalle e il culo ai portici rossi, ma quasi per contrappasso doveva sorbirsi il cicaleccio delle persone passavano da banchetto a banchetto.
Sua madre era lì con le altre donne e uomini, chiusi in abiti orrendi, e Tommaso stava a distanza da quel carname; lo contemplava come qualcosa che non lasciava spazio a speranze. Non si capacitava neppure lui di questo disprezzo profondo che lo teneva lì.
Ora mentre saliva le poche curve che lo avrebbero consegnato al paese, pensava che tutta la sua misantropia, che quel preciso odio per gli esseri umani, per i loro corpi e per la loro lingua era dovuta ai mattini e pomeriggi trascorsi in quella piazza. Quell'alterigia era in realtà un inverno dei sentimenti così netto e preciso, che si stupiva lui per primo, Tommaso dico, di come nessuno gliene chiedesse ragione o almeno se ne fosse accorto.
Era solito dire (aveva appena fatto l'ultima curva stretta), che del paese (ora gli si presentava da sotto a sopra) amava le pietre e le case. Sapeva che tra poco avrebbe visto il granaio vecchio, il campanile e la muraglia che divideva l'abitato in due: l'alto e il basso.
Poi c'erano i tetti che guarda ora dalla sua stanza, dove questa storia, ma lui non lo sa ancora, ha iniziato a dirsi e sta tutta qui tra le tegole smozzicate e sconnesse, nelle grondaie di rame, che suo zio va in giro a mettere e lo pagano pure bene, nei capperi selvatici, che spuntano come lucciole o stelle, nelle piccole brecce della muraglia.
Lui osserva questi rossi, che sempre fin da piccolo l'avevano preso e rapito, e che di notte, complice un'illuminazione da circo equestre diventavano nerastri come certo sangue. Tommaso li guardava questi tetti e li collocava perfettamente, li avrebbe descritti nella loro precisa essenza, ma lui la sua storia l'avrebbe di certo iniziata in un altro modo.
Sarebbe incominciata con una feroce inquadratura del piccolo televisore, un Mivar in bianco e nero, che i suoi genitori gli avevano regalato un lontano Natale di 20 anni fa, e che sta alla sua sinistra, di fronte ci sono i tetti che lo spaesano, incastonato tra i libri, mentre lui è seduto allo scrittoio e pensa di far partire tutto dall'immagine che vide 15 anni fa da quel bianco e nero, e anche in quel caso il Natale era passato di poco.
La scena, la teneva nella testa già dalla cena di qualche giorno fa.
"Ho deciso di scrivere questa storia, e ho anche già deciso come inizierà..."
"Dimmi, dimmi che sono molto curiosa..."
"Ci deve essere una televisione e su quella televisione..."
Fece una pausa, lunga come se non trovasse bene le cose che aveva avute chiare fino a poco prima di sedersi.
"... e su quella televisione?"
Su quella televisione avrebbe dovuto comparire, e ora Tommaso guardava lo schermo nerastro, una faccia conosciuta, che usciva come evocata in un sabba. Non ci aveva mai fatto caso di come un viso noto - quante volte l'avevi visto?, solo ieri prendevi con lui il caffè dopo messa - si modificasse quando andava in onda.
Sembrava un'altra persona, eppure parlava con la stessa inflessione, il medesimo dondolio della testa che aveva quando chiacchierava al bar e il freddo era fuori. E quest'alterità dava il segno preciso di quanto era successo. Fino allora tutto era sembrato chiuso, come se non fosse avvenuto: chissà perché ma sembrava questo. Eppure Tommaso aveva partecipato a tutto, era stato sempre presente, ma solo davanti a quella faccia così conosciuta, ma di colpo si trasumanata in una diversa, mentre colloquiava, amabilmente avresti detto, con gente televisiva, mai vista fuori da quei 14 pollici, tutto diventava reale.
"Capisci?"
"No...."
"Come se qualcuno avesse toccato l'interruttore giusto, l'uomo alla televisione è ciò che permette al quel fatto di diventare drammaticamente reale"
"Non era meglio se lo raccontavi dall'inizio?"
Già, non era meglio?, ma il balenare di questo pensiero lo azzecca mentre sale scale e sente giusto sua madre dirgli: vieni che è pronto il caffè. In casa i muri sono sempre gli stessi, è difficile spiegare diversamente questa sensazione di possessione domestica: sentirsi parte di una creatura viva, che si modifica, ma che per lui rimane sempre uguale, come se un incantesimo rendesse vani gli anni passati e i cambiamenti avvenuti. Il passo, ogni passo che fa, non trema, perché già sa la sua fine.
Il caffè aveva un sapore stantio nella bocca, e Tommaso lo faceva dondolare tra i denti, intanto osservava sua madre nella consuetudine dell'orizzonte della sua cucina.
"E' decaffeinato - disse la donna - sai per papà..."
"L'avevo immaginato, ma ti devo dire la verità fa schifo sul serio"
"Lo so, ma è l'unico che può bere"
"Potresti tenere una scatola per lui, e un'altra con quello buono per noi..."
La casa stava silenziosa intorno, quasi respirasse, sua madre intanto cuciva dei pantaloni, finiva un orlo e lo faceva con una certa maestria. Tommaso pensava a questa cosa curiosa di sua madre che alla fine sapeva fare un po' tutto: tagliare i capelli, fare i dolci, aggiustare i rubinetti, cucire.
Bisogna saper fare un po' di tutto, diceva se glielo chiedevi, all'inizio non sei un po' imbranato e allora ci provi e sbagli, una volta, due e poi vedrai che alla lunga ti viene, basta non scoraggiarsi. Forse questo - si domandava Tommaso - era il principio, il segreto?, di essere dilettanti? Fare le cose non per vocazione, ma per tentativi, per coazione, per testardaggine nel riuscirci?
"Li vedi questi?" e gli aprì davanti agli occhi delle braghe di tela di jeans, o qualcosa di simile, larghi come fossero una reliquia medioevale.
"Sì li vedo..."
"Sono pantaloni per una ragazza"
"Ah..."
"Lo so che non si direbbero, ma sono da ragazza, sono larghi larghi che scendono quasi fino ai fianchi, devi vedere come le stanno male..."
"Sì? Forse dipende dal fisico, dalla corporatura della ragazza. Forse è grassa..."
"Macché la ragazza è anche carina, ma sai chi è certo, sai, la figlia della Luciana"
"...."
"Massì l'hai vista forse qualche domenica fa, è così carina, ma questi pantaloni devi vederli, le si vede la linea del sedere....
"Si la ricordo, ma è anche giovane". Tommaso aveva come un'illuminazione tra le pupille, mentre sua madre cuciva la stoffa: si ricordava questa ragazzina, bella ma negli occhi una sgradevolezza strana, una crudeltà appena palese.
"..."
"Quanti anni avrà"
"Quattordici o quindici..."
"Ancora qualche anno e sarà buona", tutta quella giovinezza lo turbava, lo precipitava dentro un buco nero, dentro un male che lui credeva sopito, ma che era ancora vivo.
"Lascia perdere che quella ha delle cose da insegnare a me e a te... Sai quando le ho provato i pantaloni, mi ha colpito una cosa. Lei aveva uno strano ombelico...."
"In che senso.."
"Era molto più largo del normale, del mio o del tuo, molto più profondo e nero, io le prendevo le misure per le brache, ma ero come attirata da quel largo profondo oscuro ombelico che mi stava davanti, come una caverna. Lo vedevo proprio lì ad un passo dal mio naso e dalla mia bocca, grande buio e me lo immaginavo come una tana, come ci poteva stare qualche bestia acquattata..."
"E lei?"
"Lei cosa?"
"Cosa faceva"
"Niente. Anzi, no a pensarci bene rideva, di un ghigno strano, come se si fosse accorta che io stavo a guardare il suo ombelico e di come questo mi stesse ipnotizzando. Era una cosa stranissima, io provavo un senso di repulsione, di schifo per quella cosa, eppure mi veniva da mettere il dito dentro..."
Tommaso guardò sua madre mimare il gesto con il dito, che entrava in un immaginario ombelico, e fu percosso da una scossa forte: i corpi giovani hanno questa malizia. Possiedono loro malgrado questa malvagità che lui reputava stupefacente, così come la sensualità che emanavano così non voluta, così involontaria, era penetrante come una lama.
Si ricordava ancora quella volta di novembre, Annina era seduta con il broncio, mentre impazzava la festa dell'oratorio (erano passati 15 anni?, sì quindici anni tutti filati), e lui le si era avvicinato. Annina aveva 10 anni e aveva un debole per lui, Tommaso, il suo animatore: lei gli si era appoggiata con la testa sul petto.
"Annina cosa ti succede?"
"Niente"
"Annina dimmi..."
"E' Tomacek."
"Cosa ti ha fatto Tomacek".
"Niente..."
"Annina... non mi fare arrabbiare..."
"Niente..."
E quindi aveva urlato, nel frastuono tremendo, il nome di Tomacek, che era subito arrivato con i capelli rossi, le lentiggini e una vivacità alcune volte fastidiosa.
"Cosa hai fatto a Annina?"
"Io?"
"Tu"
"Niente..."
"Sicuro? Perché tiene il broncio?"
"Chiedi lei..."
"Già fatto. E mi dice che sei stato tu..."
"Non ho fatto niente..."
"E invece sì" disse Annina piagnucolando.
"No" fece Tomacek
"Sì"
"No"
"Sì"
"No"
"Se dici ancora no, gli dico il tuo segreto, glielo dico a Tommaso e non puoi fare niente di quello che mi hai detto..."
"E che mi importa io lo faccio lo stesso..."
"Cosa? Devi fare?"
"Niente" disse Tomacek a Tommaso.
"Niente cosa?"
"Volevo dirti, ma tu vieni al funerale, quando muoio?"
"Tomacek ma cosa dici?"
"Chiedevo..."
"Non dire stupidaggini"
"..."
"Va bene?" e gli strinse le braccia con forza, scuotendolo.
"Va bene, posso andare, che devo giocare al calciobalilla?"
"Vai..."
"Annina vieni con me"
"Facciamo pace?"
"Sì".
Li vide, Tommaso, andare via e sentiva un disagio, che scambiò per il malumore che novembre scaricava sui muri del paese.


Ora cercava di scrollarsi di dosso tutti quei ricordi, tutti quegli strati di ricordi, quelli più prossimi, sua madre e l'orlo dei pantaloni, quelli più lontani, i bimbi purissimi nella finta nebbia dell'inverno, e cercava soltanto di tenere a mente quella faccia al televisore che diceva cosa insensate, che lui aveva pensato allora insensate, e che oggi sembravano soltanto un rumore di fondo, di cui non riusciva a distinguere il nesso. L'uomo alla tv aveva una camicia azzurra da tranviere (ma come faceva a saperlo?, se la sua tv era in bianco e nero?, beh lui lo sapeva perché l'aveva visto così tante volte vestito in quel mondo), una larga stempiatura, anzi una vera e propria calvizie accentuata dal fatto che i capelli erano lunghi sulle spalle. La camicia era aperta almeno di due bottini e si indovinava, ma Tommaso sapeva che c'era, il crocifisso d'oro e un piccolo ruffo di peli grigi come i capelli. Era il sindaco del suo paese, e lo diceva anche il sottopancia della trasmissione, chiamato per spiegare le ragioni di un fatto, che sfuggivano a quelli in studio e che in un certo senso sfuggivano a tutti, anche a loro che stavano nelle case del paese.
Gli si offriva il conto, qualcuno aveva deciso che bisognava pagare il conto, proprio come ora che avevano lasciato casa, lui e sua madre, e dopo la visita al mercato erano in una pizzeria a prendersi qualche trancio di margherita o di focaccia con i funghi.
"Quanto le devo"
"Cinque euro".
Trovarono una panchina vicino ad una fontana, intorno a loro tanti ragazzi e ragazze che avevano segato scuola o che semplicemente erano già in vacanza. Una di loro, una ragazza, che masticava una gomma con la bocca, aveva i pantaloni simili a quelli che sua madre aveva appena finito di cucire. La schiena le scendeva giù a piombo e indovinavi proprio la linea dei glutei e il coccige, quella specie di coda atrofizzata che ci ricorda il nostro essere bestie. Tommaso stava incantato davanti a quella linea, si chiedeva di quanto si fosse spostato il confine tra quello che alcuni chiamavano corpo e la propria nudità. La ragazza stava perfettamente a suo agio nuda, e a Tommaso sarebbe bastato un piccolo passo per vedere più netto il limitare del sedere, avrebbe potuto scorgere - aguzzando la vista - la leggera peluria di quella pelle così giovane; ebbe voglia quasi di lasciare la sua pizza e mordere quella carne per sentirne il gusto acidulo e si ricordò di Tomacek quella volta che gli aveva morso al lui la mano, il dorso.
"Tomacek, che devono giocare anche gli altri lo sai, vero?"
"Sì"
"E quando hai intenzione di farli giocare?"
"Quando qualcuno mi batte non prima". Lui l'aveva battuto, ma il bimbo non aveva sentito ragioni e gli aveva piantato i denti, e Tommaso ne aveva provato un segreto piacere.
Tomacek aveva sempre questi occhi così vispi, polacco, nato in Polonia proprio, ne aveva i tratti e le guance rosse, così come i capelli e le lentiggini, i denti bianchi e sottili, e una voce acutissima, di un'ottava più alta di quelle normali. Non gli riusciva di stare fermo, neppure a messa, quando la serviva e faceva piccoli saltelli sul posto. Ora, mentre la ragazza ancheggiava con quella carne vergine, si ricordava che durante una consacrazione, nel più incredibile silenzio, lui si era messo a cantare una canzone in polacco: e ad un tratto quella sua voce sgraziata, quando parlava, acuta stridula, fastidiosa come il pane bruciato al gusto, si era fatta perfetta nei toni e nei tempi. Anche il prete si era fermato, aveva proprio smesso di parlare, sentendo questa voce così. Tomacek cantava in quella lingua gutturale e spessa. Nessuno capiva, ma non sembrava un problema. Dopo messa poi Tommaso era lì ad aspettare Tomacek: uscì con il suo filo di liquirizia e qualche soldino, il prete dava sempre cinquecento, mille lire a chi serviva messa.
"Ma che canzone era..."
"..."
"Dai dimmi..."
"E' una canzone di mia terra"
"Polacca"
"Sì..."
"E che dice..."
"Parla di una bimba che viene mandata fuori Chiesa, perché è grande"
"..."
"Dice proprio: ora che sono grande/non posso stare nel tempio/ e mi viene da piangere" e mentre lo dice, ricanta questo pezzo.
"Non sarà mica la Madonna?"
"Sì, forse, la Madonna è triste che non può stare in chiesa e quindi piange ed è triste... E' triste perché diventa grande e quindi deve lasciare tutto e diventare grande, capisci?"
"Sì, capisco, ma quando si diventa grandi ci sono anche cose belle"
"No si diventa grandi, si piange quando si diventa grandi e si diventa tristi. Io no grande"
"Tu non vuoi essere grande"
Non disse una parola, ma scrollò da destra a sinistra tutta la testa che aveva e con lui tutti i capelli, e quel gioco, per lui tutto è gioco, gli piacque così tanto che continuò a farlo, tanto da stordirsi e rischiare di cadere per terra.
La Vergine (Tomacek l'immaginava nera come un pezzo di legno da camino, scura, piatta, la sapeva nera come una bestemmia) piangeva che non voleva diventare grande. Chissà perché Tommaso la Madonna non la immaginava proprio bambina, non se la vedeva spaventata per le prime mestruazioni, per la cacciata nel tempio, per il matrimonio con Giuseppe vecchio falegname vedovo; né se la vedeva sgravarsi a Betlemme in quel buio: per lui la Vergine era quella che offriva il seno colmo di latte al bimbo, al Cristo, che le si avvicina con le labbra al quel seno pieno di latte. Che sapore avrà avuto il seno di Maria? Quale tenerezza, quale gusto avrebbero sentito le sue labbra, nell'accostarsi a chi era senza peccato? A chi non conosceva il male? A chi non ne aveva esperienza carnale? Intima? Prossima?
E il corpo di questa ragazzina, sempre così prossimo, era la cosa più vicina alla purezza che aveva intorno, pensò Tommaso. La sua bocca avrebbe succhiato quel seno come se fosse senza peccato, ma noi abbiamo un'ombra - così sapeva Tommaso, che in questi giorni se ne rendeva conto dolorosamente - che ti infanga. Come fare a preservarsi da questa deriva? Da questo cedere per forza al dolore, tutto pieno, che sentiva presente in ogni forma, anche minima di vita?
Quando si riebbe fu uno schiocco di dita, sua madre gli aveva detto che era ora di andare che si faceva tardi. La città galleggiava intronata sopra una noia tremenda: il viaggio fu di un silenzio totale. Tommaso sentiva il sudore colargli lungo la schiena e tra le gambe, disegnando delle traiettorie diverse; percepiva del suo corpo perfettamente tutto l'ingombro.
Quando furono a casa, a una ventina di metri dal suo cortile, c'erano una decina di persone, alcuni erano bambini e piangevano.
Due passi ed era lì davanti a vedere quello spettacolo: due cani maciullati per terra come se fossero stati investiti da un autotreno. Uno era piccolo, un bassotto di razza, l'altro più grande un cane bastardo.
Un bimbo diceva: "Da lassù da lassù...". Tommaso cercò di capire, nella confusione, e comprese che i cani erano caduti dall'alto della muraglia e avevano fatto un volo di una ventina di metri, fracassandosi proprio lì davanti alla banca mentre un po' di gente passeggiava.
"Si sono uccisi" diceva un signore.
"No" fece una donna
"Come no"
"No perché gli animali non si uccidono, è una cosa da uomini..."
"Anche i bufali corrono verso il precipizio...".
Tommaso vede questi due cani correre verso il muro e saltare senza una ragione precisa che li spinga a fare quello, niente. Solo una corsa furibonda, i corpi sentono lo spessore del vento, i muscoli si tirano, il fiato si spezza, poi un balzo e giù in picchiata verso il nero dell'asfalto, candendo all'ingiù vedendo le cose da una prospettiva bizzarra e veloce come in un ultimo scoppio, come un lampo di magnesio.
L'avranno fatto per curiosità, pensa Tommaso, e questo è quello che si paga per la curiosità: ci si riduce così massa informe di pelo, ombre di ciò che furono, pianto delle persone intorno. Non solo i bufali corrono verso il precipizio, ma anche i cani lo fanno per gettarsi dalla muraglia, e così gli uomini che corrono verso il loro burrone; lo cercano proprio, lo voglio, lo desiderano.
Cupio dissolvi. In deo, in nihilo, fa lo stesso, basta che ci sia posto, basta che smetta quest'ombra di girarmi sopra la testa, pensa Tommaso.
"I cani, gli animali, non si suicidano perché il suicidio è un atto razionale..."
"E gli animali non lo sono..?"
"Non come gli uomini?"
"L'uomo sa che soffre, se ne rende conto..."
"Le bestie no, le bestie arrivano ad un punto e muoiono..."
A pensarci bene era un po' così; si ricordava, Tommaso, cosa aveva imparato leggendo i libri sul lager: pochi o nessun suicida. Questo perché i prigionieri diventavano bestie o cose, perdevano la scintilla della vita: quindi perché decidersi di morire se non sapevano più di essere in vita?
Ma era anche vero, pensava sempre Tommaso, mentre erano appena arrivati i cantonieri per tirare via quelle due carcasse (era strano vedere tre gatti randagi, accanto a qui corpi, accucciati con occhi sgranati e gialli), che l'incidenza dei suicidi era molto più alta tra i sopravvissuti al lager che nella gente comune. Quasi che i sopravvissuti, avendo provato la stupidità e la stoldità dell'essere niente, rimpiangessero quella atarassia sassosa, che con il ritorno si era trasformata una ipersensibilità insopportabile, in una angoscia onnicomprensiva, e così uccidendosi decidevano di riprendersi quella condizione.
"Di chi sono questi cani?" disse il cantoniere con la sua giacchetta arancione fosforescente.
"Boh"
"Chi li ha investiti"
"No sono caduti da su..."
"..."
"Sì dal muraglione..."
"Insomma piovuti dal cielo..."
Si piovuti dal cielo che li ha rifiutati, due olocausti non graditi agli dei.
"Oppure qualcuno li ha buttati giù..."
"Oppure si sono suicidati..."
Tommaso pensò che la ridda delle supposizioni faceva un difetto, dimostrava una slabbratura nelle cose: la gente sembrava dimenticarsi del fatto che fossero morti, spesso ci si dimentica della morte, la si mette in un angolo, proprio come il sindaco alla tivù quella sera d'inverno, che avevano mangiato la minestra e la peperonata.
"Potrebbe essere un malessere generale, legato al paese, alla vita asfittica del paese?" disse il conduttore.
"No il nostro è un piccolo paese, molto vivace, molto aperto e spontaneo, pieno di cose da fare..." mentì il sindaco, perché comunque una buona pubblicità è sempre accetta, ma anche lui sapeva che di sera, d'inverno, non c'era niente da fare lì, niente. Non c'era neppure un cavalcavia, un'autostrada, dove mettersi a fare il tiro al bersaglio sulle macchine che passavano. Quando erano piccoli, ricordava Tommaso, prendevano le castagne e le tiravano ai vecchi che stavano sulle panchine, ma miravano basso alle gambe, perché tutto sommato gli anziani stavano già per morire e non c'era bisogno d'accanirsi con loro: sfogavano la loro rabbia e la loro frustrazione con gli altri. Strano ma questa cosa la stava dicendo anche quello alla televisione, uno psicologo o una cosa del genere, che parlava di un sentimento autodistruttivo e frustrato.
No no no, faceva il sindaco con la testa, quando davano la colpa al paese; non è colpa del paese, diceva, forse del paese l'unica colpa è quella di non essersene accorti subito, beh, mica puoi accorgerti di tutto, forse quelli che gli stavano più vicino dovevano accorgersi di tutto. Avrebbe volentieri, Tommaso, sputato sul quel Mivar bianco e nero, che stava come vent'anni fa alla sua sinistra, mentre lui guardava fuori i tetti rossi e consumava l'albume degli occhi in quelle tegole e tra le mani teneva un'agenda color terra, la teneva aperta, perché lui non si era dimenticato cosa doveva fare lì oggi, mettere in ordine. Scegliere. Discernere. Mettere di qua e di là, quello che andava a Torino e quello che sarebbe finito in soffitta. Questa agenda sarebbe finita in soffitta, anche se rileggeva quelle parole, o meglio le parole finali, le rime. Stelo. Gelo. Cielo. Banali.
Mecca quand'era morto in macchina era stato un fulmine a ciel sereno per tutti, Mecca era un coglione a dire il vero, faceva 2 G al liceo scientifico e lui invece, Tommaso intendo (che non approverebbe tutta questa messe di cose, lui farebbe solo parlare la televisione, da lì si capirebbe tutto, e lui ora tiene in mano l'agenda e pensa che sì, che partirà proprio dalla televisione, se ne è convinto) faceva la 2 C.
Era morto in un incidente in auto. Non andavano forte, una cosa da nulla, strada bagnata finiscono fuori da una curva. Un capitombolo. Poi tutti escono. Fuori. Sono tutti un po' breschi, e ridono, sono vivi e ridono. Dicono parolacce, dicono madonna, dicono diocane, dicono cazzo, fanculo, staminchia, puttanamerda. Continuano a ridere, ma poi si accorgono che fuori dalla macchina, in piedi, sono solo in quattro, che uno non c'è. Cazzo è finito Mecca, dicono, cazzo sarà. Ed è buio e non riescono a vedere niente, così si fanno luce con l'accendino. E Mecca è in macchina morto.
Quando lo dissero che era morto, a scuola venne giù il silenzio che c'era in quel fosso.
Il prof di religione, un pazzo quasi prete, che poco prima di diventarlo aveva trovato la donna della sua vita, disse a Tommaso e alla classe, che Mecca era morto. E dovevi vederlo come piangeva. Era atterrito da un dolore tremendo.
Qualche giorno su La Stampa locale comparve una poesia, decisamente orrenda, piena di angeli di lacrime e di solitudini di paradisi di bellezza per Mecca, a scriverla era stato il prof di religione. Tommaso, riguardando la sua poesia con quelle tre rime alternate stelo gelo cielo, sentiva il medesimo disagio che aveva provato leggendo la poesia per Mecca. Uno muore, si era detto, e noi gli scriviamo una cagata, gli scriviamo qualcosa che ci toglie dalla testa la verità ovvero che non c'è ragione in questa vita, che quando si è morti, si è morti morti completamente, che non ci sono angeli, o potentati o principati che volete, che la faccia del Mecca ora sarà scomparsa, dimenticata come i versi del prof che forse lui stesso si è scordato.
Ma questo perpetuo dimenticarci di chi ci muore accanto, pensava Tommaso, è una sorta di difesa brutale, ma di cui non possiamo farne a meno. Pensa una giovane ragazza che si innamora di un ragazzo. Se lo prende e decide a vivere con lui, lei si decide di prendere una casa con lui e fanno progetti. Lui poi scopre degli strani noduli sotto l'ascella destra, e lo scopre in un modo banale, facendosi la doccia. Quando le telefona, per mettersi d'accordo su dove andare quella sera, glielo dice e lei fa: vai dal medico, ma non sarà niente. Lui risponde che ha ragione e farà così. Poi si ritrovano che lui ha un tumore, che lo sta rodendo e che c'è poco da fare. Lei gli sta vicino, ma tutti quei progetti per la sua vita che fine fanno? Moriranno con il suo fidanzato? Oppure? Oppure si rifarà una vita con un altro, e gli dirà pure ti amo, si farà penetrare e farà figli, che sarebbero dovuti essere dell'altro, se il male non l'avesse portato via prima del tempo. Tommaso si domandava se questa ipotetica ragazza (se la vede bionda piuttosto paffuta, con occhi chiari, alta, triste e seduta vicino al fidanzato morente) non pensava mai quando stava con il nuovo moroso a quello di prima: se per caso durante l'amplesso, questo nuovo ragazzo facesse qualcosa - che so un gesto, una parola, un modo di sfiorarle il seno o il sesso umido - che le ricordasse l'amato morto. E se questa cosa mai le gelava il sangue, come ora si era raggrumato a lui, Tommaso, pensando a questa eventualità.
Cosa aveva pensato la prima volta, dopo quanto?, che aveva detto nuovamente ti amo? Che faccia aveva quello davanti a lei? Oppure ai suoi occhi era sempre l'amato morto a incarnarsi nei suoi fidanzati? Perché se era così il male diventava qualcosa di insopportabile, di violento non volendo, avvelenava tutti i rapporti e tutte le vite. Chi subisce il male contagia gli altri, li intossica e li costringe a propagare il male, in un'infinita serie di combinazioni, di variazioni, di mutazioni che non lasciano spazio a ipotesi di redenzione.
C'è un male che non controlliamo neanche, che non sappiamo neppure di fare: anche quando per un attimo cerchiamo solo di trattenere nel caldo del nostro corpo un po' di felicità, un po' di quella felicità terrena, bassa, che ci è concessa in certi giorni di primavera.
Proprio dove c'era il sangue dei cani, il sole - facendo chissà quale giro - indugiava come un curioso qualunque. Tommaso venne via, ubriaco di tutti i suoi pensieri e ripetendosi l'ultima frase che il sindaco aveva detto durante la trasmissione: per certe cose non esistono responsabilità, succedono e basta. A quel punto lui aveva chiuso la televisione, andandosene a dormire, convinto che le colpe non sono di nessuno, che i fatti avvengono senza disegno.
"Cosa è successo?"
"Due cani"
"Investiti? Qui vanno sempre fortissimo, capita che mettono sotto qualcuno prima poi..."
"No, dicono che sono caduti dalla muraglia"
"Ma come?"
"Questo è il mistero..."
"Chissà che spettacolo..."
"Diciamo che non era un bel vedere, ma adesso puliscono la strada e tutto passa tranquillamente."
"Senti oggi pomeriggio, vai tu dalla Luciana a portare questi pantaloni a sua figlia?"
"Devo andare fino lì"
"Che ti costa?"
"Niente".
Doveva andare fino lì e a lui questa cosa costava, ma Tommaso si rendeva conto che questa giornata era il suo resoconto verso certe dolorose aperture che lui aveva per troppo tempo nascosto, covato. Era il giorno, l'ora forse, che avrebbe visto le cose un po' più chiaramente. Non sapeva neppure lui spiegare questo presagio, come aria funesta che sembrava sostare sui comignoli, che costringeva le rondini a voli diversi, a traiettorie irreali e sbilenche.
Nel pomeriggio sarebbe andato fino lì e in più là lui avrebbe riconosciuto tutto.

La vigna. L'aveva descritta tante di quelle volte, nascosta, mutilata, messa da parte, presa di sghembo e dai lati, da sopra e da sotto. L'aveva paragonata alla vagina, al sesso di tutte le sue madri, di tutte le sue sorelle, di tutte le donne che avevano costellato le misere cose che scriveva. La vigna gli stava davanti. Tommaso a questo non era pronto e andando verso la casa della Luciana aveva fatto finta di non vederla.
Aveva suonato, era uscita la ragazza, con una tuta azzurra, civetta. Sì quindici anni giusti e lei l'aveva guardato come un estraneo.
"Desidera?"
"Ciao, sono solo venuto a portare questi pantaloni. Da parte della Mimma"
"Ah saranno per mia madre"
"Veramente sono i tuoi..."
"..."
"Scusa, ma li ho guardati e non credo che tua madre metta i pantaloni oversize"
"No, infatti sono i miei. Ha detto quanto le devo dare?"
"Non ti preoccupare, si aggiusteranno tra di loro"
Quindici anni giusti. Lei non sapeva niente. Avrebbe voluto, Tommaso, prenderla e portarla nella vigna e dirle che quindici anni fa, lì. Ma come avrebbe potuto? Desiderava che solo che questa ragazza rimanesse così, che non sapesse quello che 15 anni fa era successo. Gli short erano così aderenti che avresti indovinato tutto di lei. Fu colpito dalle creste iliache che salivano dal pube fino ai fianchi e incastonavano quell'ombelico magnetico, quel centro del mondo, quella caverna nera, quella tana, dove sua madre avrebbe voluto metterci il dito e lui, lui Tommaso dico, ci avrebbe infilato la lingua e ci avrebbe sputato dentro saliva e sangue, giallastra come terra, come faceva da piccolo, quando allagava i formicai o le tane delle talpe.
E lo aveva insegnato a Tomacek, a cui piaceva da matti giocare nei campi e correrci e diceva che correva e non sapeva cosa erano quelle cose di terra nere che spuntavano.
"Sono le tane delle talpe"
"E io ci provo a chiuderle... con le palline da tennis o da tamburino..."
"Da tamburello, Tomacek, tamburello. Hai provato con l'acqua?"
"No."
"Io gli versavo sempre l'acqua, prendevo una pompa, la mettevo nel buco e aprivo l'acqua..."
"E cosa succedeva agli animali dentro?"
"..."
"Morivano?"
"Forse, in realtà non sapevo mai dove erano le talpe e dove no..."
"Però se c'era un animale dentro moriva, vero?"
"...."
"Vero? Vero?"
"Sì"
"Bene, allora mi piace"
La naturale crudeltà dei bimbi è un luogo comune, ma quando la vedi così vicina, così incarnata, senti una strana attrazione e una sorta di repulsione. Tomacek sembrava destinato a qualcosa di importante, Tommaso se ne era convinto, passando con lui tanti giorni, non solo durante il catechismo, ma anche all'oratorio o al doposcuola. Era come se sapesse qualcosa di sé, come se intuisse di sé, della sua vita, qualcosa che nessuno sapeva.
Una volta, era una domenica, forse d'ottobre, erano andati con altri bambini in una comunità famiglia per passare una giornata diversa. Il pomeriggio era rabbuiato quasi subito e i bambini, sia quelli della comunità che gli altri esterni, erano tutti nel salone grande. C'era la tivvù accesa, e i più grandi, visto che avevano fatto i bravi, potevano vedere Novantesimo minuto. Tommaso stava seduto su di una poltrona di velluto verde, guardava fuori, dove la notte era un po' dappertutto. Pensava (anche se stenta a credere a quel ricordo) ai compiti da fare e quella umida malinconia che hanno le domeniche per gli studenti; una malinconia che ora, questo preciso adesso in cui è davanti allo scrittoio della sua camera, gli mancava tremendamente.
Pensava ai compiti, quando Tomacek gli si accucciò al grembo come una bestiola; senza dire niente lui si mise ad accarezzargli i capelli, sentì che Tomacek aveva un odore di selvatico, c'era questa strana pace. Ora. La notte piena piena sopra di loro, Tomacek semi incosciente sulla sua pancia: erano questi i momenti in cui desiderava morire, perché la felicità non aveva più le sembianze sopportabili di qualcosa di terreno, di prossimo, ma diventava celeste, eterea e, medesimamente, oscura e buia: la felicità diventava insopportabile, questo pensava Tommaso, mentre accarezzava i capelli rossi di Tomacek; e non avrebbe potuto reggere per molto tutta questa gioia e tutto il resto.
Dopo una mezz'oretta, Tomacek si riebbe come se fosse stato per tutto questo tempo in un'altra dimensione, aprì gli occhi e neppure sorrise, ma si stiracchiò, all'inizio con fatica, come fanno i puledri appena nati, poi se ne corse via senza dire una parola. E sul grembo di Tommaso rimase la forma e l'umidità di un desiderio, mai più detto.
La ragazza, intanto, stava per rigirarsi e tornarsene in casa, Tommaso era come bloccato, inchiodato nel mezzo di quella via.
"Scusami lo so che sembra una richiesta assurda, ma avresti un po' d'acqua da darmi..."
"Gliela porto subito. Mi aspetti qui..."
"Lo so che ti sembra una cosa da matti, ma è come se qualcosa mi stesse incendiando la gola e non riesco neppure a parlare, forse è questo sbalzo di tempo, fa freddo per giorni e poi ci tocca subito vestirci leggeri leggeri..."
Lei, però, se ne già andata dentro a prendere l'acqua. Tommaso si rese conto di quanto fosse stupido e preferì andarsene, capitava spesso di fare una cosa e poi non renderla pubblica. Si ricordava, adesso che guidava e stava tornando verso la vigna, che sapeva essere lì dietro quella serie di curve, come durante quella veglia di 24 ore, in quel Natale funesto, lui avesse preparato delle preghiere, delle intenzioni. Precise.
Le aveva scritte a mano sul suo taccuino Pigna a quadretti. Era una serie di litanie, in cui si chiedeva perché, e lo si chiedeva al bambino che andava a nascere di lì a poco, al re dei re, al salvatore, all'emanuele, al verbo di dio, al consolatore, all'agnello di dio, e si chiedeva sempre lo stesso perché, perché era successo quello che era avvenuto, quale oscuro disegno c'era in quella macchinazione, perché questo dolore eternamente eterno, perché adesso, perché a natale, perché in questo modo, perché con queste caratteristiche, perché sembrava quasi che non fosse vero, perché il tempo non si era fermato, perché le luminarie in paese, in città e in tutto il mondo non si erano spente, perché la gente aveva comperato i regali, perché lui desiderava ancora avere regali e farne. I "perché" facevano la loro bella figura per pagine e pagine del taccuino Pigna, dove Tommaso aveva passato i giorni, successivi al fatto, a scrivere e a chiedere tutti questi perché. Venne il suo turno, la chiesa era quasi vuota, era un orario strano, ma lui non lesse quelle invocazioni, non chiese perché, tanto nessuno avrebbe sentito e nessuno avrebbe risposto. Rimase in silenzio tutto il tempo, poi prese queste 4 pagine di quaderno pigna, dove aveva scritto in bella copia le sue invocazioni, e anche tutte le pagine con le brutte: andò verso il fuoco che ardeva davanti al santissimo. Si fece dare una piccola ciotola di rame, ci mise dentro un foglio, poi con uno stoppino bruciò i suoi fogli. E l'aria si stipò di questo odore squamoso di fumo, e Tommaso, era un pesce in un acquario d'acqua melmosa?, si sentì mancare il respiro e quasi svenire in quel fumo più intenso dell'incenso che il sacerdote usava per i funerali.
Era ancora stordito da questo sogno o ricordo, che quasi si dimenticò che la televisione aveva ripreso la vigna, l'aveva inquadrata e ci era andata dentro: il cameraman e il giornalista avevano camminato lungo i filari fino ad arrivare il capanno. Il bianco e nero della tivù rendeva tutto più sinistro e preciso, perché quando arrivò la notizia, Tommaso questo lo ricordava benissimo, fuori era una sera di nebbia, nessuno si aspettava una cosa del genere. Il giornalista camminando aveva indicato il punto preciso, aveva detto, Tommaso era come se vedesse un rallenti esasperato: qui è successo tutto. E aveva aggiunto: come vedete il paese è lontano più in là, e il cameraman aveva fatto una rotazione di 270 gradi e nella nebbia di gennaio, che rendeva questo pomeriggio così simile a quello (ma quando il pomeriggio nei giorni d'inverno non era simile a quello? Perché qui tutti i giorni si assomigliavano come gemelli), si vedeva il campanile.
E poco più giù, c'era la finestra della camera di Tommaso che stava ancora seduto allo scrittoio, e pensava alla macchina che faceva le curve questo pomeriggio, come se fuggisse dalla ragazza e dalla vigna, che lo incombevano dietro come un delitto mai commesso.
"Cosa pensi?" sua madre era entrata nella stanza, prendendo alle spalle.
"A niente, guardavo il panorama e i tetti..."
"E' tutto il giorno che ti vedo pensare a qualcosa..."
"E' niente. E' solo niente".
"Non ti va di parlare?"
"Ti capita mai di pensare che le cose che ci accadono sono delle semplici scene staccate, che non hanno un senso, che siamo noi che gli diamo un ordine per non impazzire, ma che se guardiamo bene le cose che facciamo, quelle che ci sono accadute, possiamo solo dire che sono un'accozzaglia di eventi senza senso?"
"E tu cosa fai? Cerchi una logica?"
"Non lo so neppure io, sai, non so neppure io se ora che dico queste cose, o le sto solo pensando. Non so capisco neppure se sta accadendo o se queste cose che ti dico, le ho pensate per poi scriverle, per farle diventare una immensa trama in cui tutto almeno per alcune pagine si tiene, non lo so. Non so se dicendo 'oggi', io dica questo vero oggi in cui io sono qui con te a dire queste parole...".
Sua madre non capì questa vertigine che lo prendeva ora, che lo stava possedendo da stamattina e che sembrava abbandonarlo, come un tumore dentro di sé.
Di quale oggi parlava, Tommaso? Di quale.
Sua madre uscì dalla camera e lui non faceva che ripetere veleno, capanno, sangue e coma.
Lui continuava a dire quello, lo ripeteva come un ossesso da quando era tornato a casa. La domenica doveva essere la solita. Erano andati nuovamente alla casa famiglia, poco prima della vigilia di Natale. Stavano lì seduti, mentre Tommaso guardava fuori oppresso da un senso di catastrofe. E il telefono suonò e in un secondo si sparse la voce, si sparsero quelle parole veleno, capanno, sangue e coma, che erano le uniche che Tommaso riusciva a ricordare.
I giorni seguenti furono un purgatorio, che lui ricordava come terribile, perché non c'è niente di santo nel rimanere a mezza vita, si diceva in quei giorni, uno dovrebbe decidersi di vivere o di morire, di vivere per sempre o morire per sempre.
Che poi uno si chiedeva (Tommaso se ne ricordava, ne parlavano tutti la sera in bottega), perché avesse deciso di usare il veleno per i topi, l'insetticida e perché in quel capanno, e soprattutto cosa aveva spinto una persona a uccidersi.
"Un bambino" disse Tommaso
"Perché cosa ho detto?"
"Ha detto una persona, come a significare, che era una persona adulta... Mentre questo era un bambino, di 10 anni"
Scese il silenzio.
Tommaso fece solo in tempo a ripetere: "Un bambino".
E lui aveva detto: un bambino, l'aveva proprio detto e ripetuto anche quando aveva fermato la macchina ed era salito lungo i filari della vigna, passando per la piccola stradina che divide un pezzo di bosco, abbandonato e incolto, e queste linee di viti, che avevano già i primi grappoli acerbi. La macchina l'aveva lasciata giù, e quasi si pentiva in questo pomeriggio così terso, che sembrava un vetro ben lavato, di non aver convinto la ragazzina a venire con lui fin qui. L'avrebbe tenuta per mano e forse lei avrebbe immaginato che questo ragazzo, timido chiuso in sé come un orto, l'aveva portata qui perché da tempo non sapeva cosa voleva dire stare con una donna e che lei era più piccola, ma stava con David, venticinque anni, un uomo dio mio, che in discoteca l'altro sabato le aveva messo le mani proprio lì, e lei era tutta tremante e tornata a casa non aveva chiuso occhio, cercando con le sue mani di ritrovare quel gemito perduto. Lui forse la voleva e lei gli avrebbe fatto fare quasi tutto. Sorrideva Tommaso a questo, perché in realtà non avrebbe voluto neppure sfiorarla, ma soltanto toglierle la vera innocenza, quella che aveva perché non sapeva questa cosa.
Tenendola per mano sono arrivati su in cima, poco discosto, sopra questa sommità, nascosto da qualche albero, c'è un capanno dei cacciatori. E' una casupola le pareti in legno, Tommaso la indica come l'attore che inchinandosi presenta al pubblico la scena.
Niente era cambiato da allora, proprio perché tutto era diverso, 15 anni sono tanti e dopo un po' le persone si erano rimesse a camminarci qua sopra, andando e venendo con le zappe, con le vanghe e il verderame. All'inizio, salendo fin qua su, dove le colline adesso sembrano un mare di verde, avranno di certo guardato il capanno: le prime volte con insistenza, con un brivido, poi sempre più distrattamente, lasciandolo, poi, all'incuria del tempo.
Ecco vedi, disse Tommaso alla ragazzina, che non c'era ma era lì fissa nella sua carne, lui venne fin quassù per giocare o per scappare. Non lo so perché venne, questo è rimasto il mistero della faccenda, anche la televisione, sì proprio, venne qui e ci rimase qualche giorno per capire, ma nessuno seppe veramente il motivo. Ti deve bastare sapere, che quel primo giorno delle vacanze di Natale, lui venne su; possiamo immaginare facilmente che prese quel sentiero lì, lo vedi?, quello che parte da quel gruppo di casupole, lui abitava lì. Era uscito dal cortile e aveva camminato lungo quella collina, e facendolo la indicava con il dito, seguendo il sentiero di sabbia tra il verde scuro. Tommaso pensava che allora, a dicembre, doveva essere tutto nero e avvolto nel lattiginoso coperchio della nebbia. Vedi?, poi era venuto lì, era sceso per quella riva ed era finito sulla strada principale, aveva percorso cinquecento metri, e poi aveva fatto questo stesso cammino fino qui al capanno. Ci aveva messo il suo tempo certo, ma quando era arrivato doveva ancora esserci un filo tremulo di chiaro; il fatto di parlare alla ragazzina che non c'era lo aiutava a dire tutto questo (Tommaso nella sua stanza ora pensava a questa immaginazione dominante, ma si convinceva che lui l'avrebbe scritta diversa, perché non era questa, questa immaginazione dico, quella che lui voleva dire agli altri).
E' venuto e si è accucciato, continuò Tommaso a voce alta, tu non lo sai, ma lui si accucciava quasi sempre, aveva un che di animale, io me lo immaginavo come un piccolo cane, oppure come un procione, domestico e selvatico. Chissà cosa avrà pensato, certo te lo chiederai anche tu ora, ma cosa pensano le bestie? Sognano? Immaginano? Provano sentimenti? E' un mistero, carina (sì le avrebbe detto carina, così con la voce vagamente miagolante, se fosse stata qui davanti a lui), un mistero capire se gli animali sentono qualcosa, se i bambini di dieci anni pensano qualcosa, se noi tutti proviamo veramente qualcosa, oppure se abbiamo un'apatia meglio organizzata.
E' stato qui, vedi?, vieni più vicino, ecco così, si è seduto in questo angolo. Ah, li hai notati anche tu questi bidoni di veleni per le piante. Li ha visti anche lui, proprio, come te ora. Solo che lui li ha presi, ha aperto i tappi e senza pensare, o pensandoci?, li ha buttati giù. Ha bevuto dell'insetticida, del topicida e altri acidi per gli attrezzi.
(Quando suonò il telefono alla casa famiglia, rispose una ragazza, se la ricordava Tommaso, che sorrideva, perché si era appena fidanzata, ma il sorriso si ruppe e si chiuse. Non disse niente, neppure una lacrima, ma andò dal padre, di questa casa famiglia, e parlò all'orecchio, l'uomo si morse le labbra sottili, aveva una faccia bianca bianca. Poi si avvicinò alla televisione, e la spense sul più bello, un gol della squadra del cuore di quasi tutti i presenti. I ragazzini si lamentarono, urlarono, lui senza alzare la voce disse: "Scusate, hanno trovato Tomacek nel capanno di una vigna poco lontana da qui. Hanno detto che ha bevuto, almeno sembra, del veleno e ora è in coma". Poi strinse il pugno e non disse una parola.
Tornato a casa, in uno stato di confusione che non dava requie, Tommaso si accorse che la notizia si era sparsa in un lampo, lo sapevano tutti. Tutti davano la colpa agli altri: alla madre, alla società, al paese, alla vita. Ad ogni cosa. C'era già chi parlava di suicidio o di disgrazia, come se trovare la giustificazione di una morte così empia, così distruttiva potesse servire da placebo).
E i giorni a venire era andati via così, lui, Tomacek, in coma all'ospedale e noi nelle nostre case, Tommaso era di nuovo in mezzo alla vigna piantato, e raccontava tutto questo. Cerca, fece ancora lui alla ragazza immaginaria, di capire che non c'era speranza, l'avevano detto i medici, ma lui, Tomacek, teneva duro per tutti quei giorni. E fu natale e fu santo stefano e lui sempre a mezz'aria, purgatoriale sopra di noi, sopra le nostre vite. Poi non ce la fece e finalmente morì nel pomeriggio del 31 di dicembre.
A Tommaso, che stava seduto davanti allo scrittoio, dove tutto questo era nato involontariamente, parve di capire il segreto nascosto di tutta questa morte; gli sembrò di averlo chiaro davanti come una sensazione di tutto il corpo, come qualcosa che gli premeva dentro, che gli montava da dietro e stesse per uscire allo scoperto. Fu un attimo e gli rimase di quel segreto, che aveva intuito raccontando nella sua testa ad una ragazzina immaginaria la storia di Tomacek, soltanto l'impressione che fosse qualcosa di brutto.
Sapeva Tommaso che questo termine 'brutto' era poco elegante e forse niente evocativo, ma cercando nella sua testa, l'unica parola che gli tornava su era questa e con lei una serie di sensazioni altrettanto fastidiose e dolenti.
*
Brutto, si disse Tommaso, mentre stropicciava alcuni foglietti, che erano sullo scrittoio, e mordeva il tappo della penna, brutto sarà la parola dominante di questo racconto. Sì, disse e mosse il capo come per convincersi che avrebbe dovuto imbastire un intero racconto su quel termine, su quella sgradevole sensazione che aveva dentro di sé e che gli era tornata, ricordando il giorno della morte di Tomacek.
Quello che venne dopo, pensò Tommaso, ognuno l'avrebbe facilmente intuito: la poesia orrenda scritta sull'agenda, i sensi di colpa nascosti da un'alterigia sempre più marcata, il camuffamento di questa storia in mille rivoli, il nascondimento di sé, l'odio per Tomacek, che l'aveva illuso con quella promessa di felicità insopportabile e celeste, e poi la dimenticanza, la chiusura di tutto nella memoria.
Gli sembrò che ogni cosa fosse necessariamente brutta, brutto il suo televisore in bianco e nero, che rimandava la faccia dappoco del sindaco del paese, che parlava difendendosi, brutte le sue preghiere elevate al signore per cercare di capire il perché della morte di Tomacek. Ed era stato brutto il modo in cui lui, Tomacek, se ne era andato, senza un saluto, una virgola per nessuno, senza spiegare niente, soltanto uscendo di casa, camminando lungo i crinali della collina, per poi rifugiarsi nel capanno e bere tutto quel veleno.
Quel brutto veleno che nascosto dentro di lui aveva fermentato e gli aveva bruciato l'esofago, lo stomaco e l'intestino, che aveva prodotto ulcere interne e sbocchi di sangue, che aveva reso brutto il volto di Tomacek, che era bello nella sua innocenza. No questo no, si bloccò Tommaso, no Tomacek era bello proprio perché non era innocente, anzi in lui la bellezza era tale proprio perché presagiva la sua fine e il male che avrebbe lasciato sulla terra, che avrebbe causato con la sua morte: proprio questo lo rendeva luminoso e puro, come un'idea o un fantasma. E la bruttezza dell'oggi, della sua tomba nella terra, del suo corpo trovato mezzo morto, assiderato per il freddo e scorticato dagli acidi, non faceva che dare a Tommaso l'immagine pungente e maligna di quella bellezza senza innocenza, che si era manifestata nel suo grembo quel giorno in cui Tomacek aveva dormito sulla sua pancia.
Sapeva, Tommaso, ma non l'aveva detto a nessuno, che anche quel desiderio, non solo quello di una morte subitanea per resistere a tutta quella felicità, ma l'altro, quello più chiuso, era altrettanto brutto; e brutta era la sua persona nel dire questo, invece di rendere conto del dolore, che lui sentiva ed era reale, per la morte di Tomacek. Quando finì di pensare tutto questo (era stato un incubo?), prese un nuovo foglio bianco e scrisse con una calma strana: "La televisione in bianco e nero rimandava l'immagine del sindaco, mai come allora avevo pensato quanto potesse essere estraneo un viso noto, ripreso in tivù...". Ma la sera puntuale è arrivata a sigillo

07-07-2005 a las 08:40
Mario
registrado: N/A
respuestas: N/A

Re: "Un proyecto"

Grazie
o Sicilia

12-07-2005 a las 16:21
sicilia
registrado: 30-06-2005
respuestas: 29

Re: "Un proyecto"

ciao Mario, qué se siente en aguas españolas? (come ti senti in questo mare?)



Gli incontri im-possibili de
Effe



venerdì, dicembre 03, 2004
GLI INCONTRI IM-POSSIBILI
Vorrei invitare chi lo volesse a immaginare l'incontro im-possibile tra i vostri scrittori preferiti (o detestati, perché no).
Chissà cosa ne può venir fuori.
Effe
**********
Uno da dietro l’angolo.
L’altro per la strada che s’acciottola in salita.
Passi inavvertiti, come un tentativo e non per vera intenzione di cammino.
Si avvicinano circondati di primo inverno e di silenzio.
Un piccolo Caffè con i tavoli all’aperto, umidi.
Così vicini, adesso, da potersi guardare.
Nessuno sa se si vedano in realtà.
Seduti al tavolo, il cappello inlevato, un saluto che non c’è.
Entrambi in cappotti troppo stretti e anime troppo grandi, tormentando l’uno i guanti scuri e l’altro un bastone da passeggio posseduto mai.
Lo sguardo altrove, basso, obliquo, ma chissà gli occhi cosa guardano davvero.
Intorno, il mondo non s’accorge, né i passi d’altri ricalcano le loro ombre coricate piano sul marciapiede da un inutile sole, breve.
Seduti.
Senza muovere.
Senza parola.
E, dentro, l’universo.
Uno si toglie gli spessi occhiali cerchiati d’acciaio, per pulirli distratto e inutilmente.
L’altro allenta il nodo alla cravatta, ostile.
Per quanti minuti, ore, giorni.
Restano, senza sapere dell’altro, o forse essendogli così vicino.
Si alzano leggeri, irrilevanti.
Scivolano via, solo più schiena e spalle e nuca.
Uno dietro l’angolo, l’altro per la strada che s’acciottola in discesa.
Sul tavolo, lasciati prima o forse mai, due biglietti da visita.
Fernando Antonio Nogueira Pessoa.
Franz Kafka.
(Effe)
***
Ernest, appena arrivato a Parigi, bussa alla porta della stanza foderata di sughero, dove a Marcel gocciola il naso nell'assenza quasi perfetta di rumori della strada: seei muuooaii - dice dal corridoio.
Avendolo riconosciuto, prima di ammetterlo Marcel si accorge che in fondo al letto cosparso di carte, le unghia dei piedi appaiono gialle e ricurve, trascurate da settimane di permanenza in camera, o forse già segnate dalla vecchiaia.
Entrée, risponde affabile.
Prendono il thé insieme, Marcel si accorge che Ernest è a disagio, capisce e suona perché portino del whiskey da aggiungere nella tazza.
Al lieve tocco della campanella per Celestine, entrambi si servono alla pila di fogli bianchi in un angolo della camera.
Marcel di un campanile da collocare a Combray, una cittadina da lui inventata, Ernest della vita dei partigiani spagnoli allo scoccare dell'ora fatale.
Com'è a Cuba? chiede Marcel a una pausa, succhiando la punta della penna.
Da spararsi, gli dice Ernest.
Marcel, che adesso vuole del vino, suona ancora la campanella per Celestine.
(Palmasco)
***
M - "Eccoci qui, dunque."
F - "Saresti tu?"
M - "Sì, sarei io. E tu... ?"
F - "Sarei io, sì."
M - "Bene."
F - "Di bene in meglio."
M - "Quantunque..."
F - "Quantunque... ?"
M - "Niente."
F - "Ah."
M - "Già."
F - "Ci si rivede, allora."
M - "Sì, ci si rivede. Ciao."
F - "Ciao."
(MassimoSdC)
***
Si guardano, Marguerite e Simone.
Silenziose.
La scarpina di vernice dell'una ciondola silenziosa dalla poltrona, mentre sul tavolo una teiera
fumante è stata preparata per allegerire un po' la tensione di quella strana visita.
Una sorpresa per Simone, mai avrebbei mmaginato che Marguerite, a quel tempo, frequentasse Parigi, da sempre snobbata, in corsa frenetica contro se stessa in ogni angolo del mondo.
Era bella Marguerite, con quei suoi occhi azzurri e penetranti.
Bella e glaciale.
Tanto del suo rigore traspariva da un vestito grigio e sobrio, tanto della sua estraneità in quelle scarpine di vernice fuori del tempo.
E' stanca Simone.
La notte precedente alcuni amici avevano invaso la sua casa facendo l'alba in discussioni senza
fine, esacerbate dalla stanchezza e dall'alcool.
Erano ormai troppe le notti trascorse in bianco che non
le contava nemmeno più, salvo accorgersi di tanto
in tanto di una pesantezza delle membra, di un
pensiero avvolto nei meandri del cervello che faticava ad uscire.
- Vuoi una tazza di tè, Marguerite?-
- Volentieri, Simone, volentieri, mi fermerò solo un poco.-
(Lizaveta)
***
Vienna, un elegante caffé del centro.
Strepiti dal salottino azzurro con gli stucchi i lampadari a goccia e gli specchi dorati, quello degli habituées.
“Presto, presto, un’ambulanza!”
“Che è successo?”
“Il signor Kraus ne ha steso uno anche oggi.”
“Mentre chiamo, racconta...”
“ Era lì, seduto al solito tavolino, a leggiucchiare “Die Fackel” quando un uomo ricciolino gli si è avvicinato e gli ha rivolto la parola. Lui si è alzato, l’ha squadrato da capo a piedi e poi, senza nemmeno un sospetto di incertezza, gli ha sferrato preciso preciso un diretto”.
“Oh.... ma cosa gli ha detto?”
“Non ne sono certo, ho inteso solo ‘Piacere, sono Alessandro Baricco’.”
(Titti)
***
Al Terminal X
(A causa di alcuni oggetti dei quali era vietata l'importazione dall'America, Alexis rimase bloccato in dogana. Si mise a scrivere anche lui alcuni ricordi del viaggio, su di un pacchetto vuoto di Marlboro. Max Brod ritrovò in una discarica abusiva sia il biglietto del tram di Franz, sia il pacchetto di Marlboro di Alexis. Li mise insieme e li pubblicò a suo nome con il titolo "La democrazia di Prometeo: una leggenda".)
(SdC)
***
Guardali! Guardali!! Non ci posso credere!!! Come chi sono?? Sei pazzo?? Non hai letto l'Aleph?? E quell'altro? Con "Un indovino mi disse" ha cambiato il mio modo di pensare l'Oriente...
Si conoscevano già? Non lo sapevo...
Ma guardali come se la ridono! Che faccio? Dài, avviciniamoci e ascoltiamo quello che si stanno dicendo... dàiii!! Prima che si salutino!! Non me ne importa un fico secco se hai la macchina in divieto!! Adesso chiedo loro un autografo!!

Ecco.
Hai visto cos'hai fatto?
E adesso? Dove saranno finiti?

...tutta colpa tua.
(Emanuelito)
***

Il luogo dell'incontro è un non luogo.
Rocce e brume da una parte, una biblioteca immensa dall'altra, l'altezza degli scaffali dà la vertigine, i corridoi che si formano sembran diramarsi in tutte le direzioni in intrecci impossibili d'angoli retti e acuti.
Il bibliotecario, ormai quasi cieco, avanza lentamente ma con passo sicuro verso un tavolo enorme quasi completamente coperto di carte geografiche.
L'uomo avvolto in una tunica scura e coperto da un mantello di lana grezza avanza agitando un bastone, e ha la tipica lira degli aedi appesa con una corda sfibrata alla spalla ormai curva.
Arrivato al tavolo sorride e parla con una voce inaspettatamente chiara e limpida, in una lingua musicale e ritmata.
Il vecchio bibliotecario inclina la testa da una parte e annuisce, come se la voce gli arrivasse da molto lontano.
L'aedo appoggia il bastone e lo strumento musicale sul tavolo e come se vedesse perfettamente indica un punto sul planisfero, al centro dell'atlantico, poi scuote la testa e indica due grandi isole al centro del mediterraneo.
Il bibliotecario cieco sorride come chi ha compreso perfettamente e annuisce ancora, poi prova a pronunciare qualche parola nella stessa lingua ritmica.
L'aedo aggrotta la fronte e le folte sopracciglia come ad indicare che gli accenti e le quantità tanto faticosamente imparate dal suo interlocutore sono tutte sbagliate.. poi scuote le spalle e sorride.
L'immensa biblioteca che costituiva metà del non luogo svanisce lentamente, si dissolve in un orizzonte perduto, lasciando spazio a una riva battuta dai frangenti, un cielo terso attraversato da nuvole e gabbiani, entrambi sono al centro di un atollo circondato da un mare placido.
Uno accanto all'altro camminano verso una scala intagliata nella roccia, ed è impossibile dire chi dei due guidi l'altro.
(Gilgamesh)
***
Anno Domini 1616 (Eine Ode an die Freude in Kafka-Stil)
DOS SANTOS SUBEN A LA DERECHA DEL SEÑOR
Aquel año, Dios se despertó de uno de sus largos sueños de la razón, muy aburrido y malhumorado.
Paseaba por sus jardines sin ganas de hacer nada, cansado de crear infinitos mundos de los cuales perdía cada vez el control. ¡Basta!, necesitaba una pausa y un largo reposo; ¡qué alguien se inventase algo para recrearlo usando esa materia de la que están hechos los sueños!, ¡qué le poblasen aquellos campos baldíos con nueva linfa e ingenio!
De un momento, dio la vuelta al infinito.
En la pequeña galaxia gobernada por el sol, encontró a unos pocos kilómetros de distancia a un bardo inglés y un escritor castellano que hacían al caso suyo.
Desde entonces, William y Miguel cantan sus historias a la derecha del Señor entre un coro de ángeles, arcángeles y querubines.
Oh, when the saints, go marchin' in,
Oh when los santos go marching in,
Oh Lord, I want to be in that number,
Cuando los santos go marching in.
Oh when they gather 'round the throne,
Oh when they gather alrededor del trono,
Oh Señor yo quiero estar in that number,
Cuando se reúnen 'round the throne.

Nota pessoana:
Há uma razão na escolha daquela fecha. Parece mentira o um destes jogos que gosta fazer o destino, no mesmo ano (1616) morreram tanto William Shakespeare como Miguel de Cervantes Saavedra.
(continua da Aitan)
***
Si decisero per questa strana bottega.
La bottega di un pittore, che aveva smesso da tempo di disegnare figure e passava le sue giornate a incrociare lance ed aste, con la scusa di dipingere una battaglia.
Si decisero.
E furono tra queste quattro mura misere, spalla a spalla. E ognuno sapeva dell'altro.
L'uno, che aveva combattuto la buona battaglia, aveva in mente parole non sue: "quegli interminati spazi al di là di quella".
E l'altro si ripeteva:"la terra stessa geme delle doglie del parto...".
Poi il sole entrò come accecando e si posò sui pennelli e sui quadri, sulle tavole di legno e sui fogli.
Fu un momento e poi basta.

- ma tu che sei stato rapito al terzo cielo cosa hai veduto
- non ho veduto nulla
- nulla
- nulla
- l'infinita vanità del tutto
- una profondissima quiete
(Demetrio)
***
Parigi.
Un caffè elegante ma discreto.
Un tavolo, un uomo legge il giornale, noncurante di giovani donne sedute di fianco.
Un cameriere, si avvicina.
E' giovane, un ragazzo o poco più, i suoi brufoli non mentono.
"Monsieur?"
L'uomo elegante poggia il giornale sul tavolo, guarda il cameriere.
Un'occhiata, rapida, quel collo liso della camicia gli ricorda qualcosa.
Ma cosa?
Il cameriere ragazzo si scruta, lo sguardo dell' uomo l'ha colpito come una punta di spada.
Non coglie il senso della sua camicia, la voce quasi balbetta:
"Monsieur?"
L'uomo elegante medita un secondo, ordina, alla fine.
Chiederebbe un caffè, ma sa di non essere a Frosinone.
"Un cognac"
Il cameriere sorride, ha capito l'ordine, stavolta. Il suo esser inglese non l'aiuta, con la lingua.
Sa che il signore elegante, un italiano forse, l'ha in simpatia.
Pensa che potrebbe essere un santo, dal grande passato.
Od un peccatore, dal garnde avvenire.
"Questo pensiero mi piace, me lo segno sul diario".
Il padrone del caffè interrompe bruscamente i pensieri del giovane Wilde.
"Oscar, ici, bientot!"
Poi, rivolto al signore elegante
"Monsieur Landolfi, le telephone".
Chi disturba il caffè dell'elegante Tommaso?
Questa, è un'altra storia.
(Masso57)
***

-Scusi, permette? Lo zucchero...

- Prego, mi scusi, ero distratto.

- Ci mancherebbe.

Beve un sorso dal cappuccino, un po’ di schiuma gli si ferma sui baffi.

- Certo che avete una bella nebbia, qui.

- A me piace, sa. Anche se a volte mi viene una voglia, uno spasimo, di posti diversi: di palme, di larghi fiumi, di banane e polvere calcinata dal sole.

- Mah, cosa vuole. Dopo un po’ vengono a noia anche quelli. Andare, girare, sempre lo stesso andirivieni del cazzo.

- Forse ha ragione, andar lontano non serve.Si possono incrociare mille destini anche a un tavolo con un mazzo di carte, in effetti.

- Poi, ecco, questa nebbia mi affascina.

Si voltano entrambi in silenzio a guardare la nebbia schiacciata sulla vetrina. In mano la tazza, l’altro una tazzina. Un ciclista passa quasi invisibile, grigio sul grigio.

- Ci vedo delle cose, sa? Quel ciclista, ad esempio: pareva un cavaliere, così veloce ma quasi, non so, inesistente.

- Sa che l’ho pensato anch’io? Certo che anche lei di immaginazione ne ha.

- È quel che mi dice sempre mia moglie. Che faccio un gran miscuglio di realismo e magia. Ma lo sa, per dire, che io mi sono inventato una città e, le giuro, per me è più reale di ogni altra che abbi mai visto?

- Ma guarda, anche lei inventa città? Io ne ho inventate un sacco.

- Il fatto è che le cose inventate saran forse invisibili, ma per me sono consistenti, molteplici, esatte in ogni dettaglio.

- Solo, più leggere.

- Ecco, leggere. Ben detto.

Posa la tazza, alza il colletto al cappotto.

- La saluto. È stato un vero piacere.

- Anche per me. Io sono Italo, comunque, chissà mai che ci si riveda.

- Piacere, Gabriel. Ma se ci si rivedesse, chiamami Gabo
(Sphera)
***
Dino aspetta il suo ospite seduto a un tavolo sfogliando la Gazzetta dello Sport.
La porta del locale si apre violentemente, arriva Ernesto...
(continua da Bombay)
***
L'uomo tozzo spalancò la porta con una pedata. In mano aveva una bottiglia di vino senza etichetta ed era palesemente ubriaco.
Con un sobbalzo la ragazza sollevò gli occhi dal libro di poesie che teneva nelle mani unite e lo guardò con disgusto.
L'uomo tozzo si mise a ridere sgangheratamente: "Chissà come mai a me capitano solo pazze o puttane. Tu l'aria da puttana non ce l'hai, quindi devi essere pazza."
Tirò su la bottiglia e bevve due lunghe sorsate di liquido scuro. Si staccò con un sorriso e si asciugò le labbra con il dorso dell'avambraccio. Guardò la ragazza:
"Non parli eh? Meglio così. Odio le chiacchierone."
Richiuse la porta con un colpo di tacco. Quindi scattò verso la ragazza. Scivolando sulle ginocchia le infilò le mani sotto la gonna lunga fino ai piedi. La ragazza si ritrasse in piedi in un balzo.
"Ma signore!"
"Scusa, volevo controllare com'eri messa in mezzo alle gambe. Direi molto male." Bevve un lungo sorso poi porse la bottiglia alla ragazza: "Un po' di bumba? No? Guarda che fa bene ai nervi.... come credi. Senti, cos'è che stavi leggendo?"
La ragazza con un gesto secco nascose il libro dietro alla schiena. L'uomo tozzo la guardò sarcastico: "Come se me ne fregasse qualcosa." si sedette sul divano.
"Sono... sono poesie."
"Di che parlano? Aspetta, non dirmelo: parlano di voli di uccelli e corvi neri su campi di grano dorati, di viali alberati che danno su radure eccetera."
"Più o meno. Dice:
mi destai alla siccità e le felci erano morte,
le piante in vaso gialle come grano;
la mia donna era sparita
e i cadaveri dissanguati delle bottiglie vuote
mi cingevano con la loro inutilità."
"Ci avrei giurato! E chi è il buffone?"
"Charles Bukowski."
"Eh? Ah sì, può essere."
(Boinz)
***
M - "è permesso..c'è nessuno?"
P - "uno, nessuno, centom..ah, ingegnere, e lei? entri, la porta è aperta.."
M - "eeh, si fa presto a dire che la porta è aperta..occorre che lei
mi precisi prima, e con rigorosa esattezza quanto sono alti gli
stipiti di detta porta - sa, potrebbe accadermi di prendere una
craniata, entrando.."
P - "suvvia, collega, cali la maschera e non buffoneggi! faccia mente
locale su una, almeno una delle sue personalità multiple! e, per
cortesia, non varchi la soglia con quella più pessimista!"
M - "mmm..non avrebbe da propormi un'azione parallela? chessò, entrare
da un cancello di servizio senza stipiti duri.."
P - "su, su..sappiamo entrambi che il duro è relativo..lei è troppo
scettico, perchè negarlo?"
M - "e chi lo nega! gli è che qui tutto sembra, dico SEMBRA in ordine,
ma potrebbe esserlo solo in apparenza: si sa come vanno certe cose: se
il caos fosse in agguato oltre la sua porta?"
P - "sa..penso che nulla porti a nulla"
M - "d'accordo, allora cedo..visto che tanto, per me, ciò che è
equivale a ciò che non è!"
P - "vedo che siamo in sintonia e concordo con lei che ogni certezza è
provvisoria - comunque..ci pensi e decida velocemente: accetta un
cordiale o una tazza di tè?"
M - "l'uno o l'altro mi sono egualmente indifferenti ma..vada per il
cordiale..purchè sia di qualità, s'intende.."
Robert Musil / Luigi Pirandello
(Senzaqualità)
***
- Chi può dire, signor nostromo, in questi vapori densi di bonaccia che ci inchiodano sempre alla stessa distanza dalla linea dell’orizzonte, che cosa si muova dentro quest’acqua di serpenti di mare e di relitti?
(...continua da Caracaterina)
***
Soddisfatta della cena rouge, (due fragole, 3 bicchieri di Beaujolais
ed infine radicchio con chicchi di melograno annaffiato d’aceto), la scrittrice
s'alza lisciando il vestito che nella seduta si è increspato sul ventre.
Un ambiguo messaggio telefonico, di uno sconosciuto, le ha comunicato
che l’attende all' Opèra alle ore 23.00.
Troppo chiassoso il locale, ma la voce,dall'accento italiano,l'ha incuriosita...
(continua da Blulu)
***
AM: "Mi scusi, anche lei è stato convocato.."
GP: "Eh, sì. Una bella seccatura"
AM: "Non me ne parli. Ma non ci si può far nulla. Se Dust ci evoca, noi si va"
Sam: "Salve, gente"
Ralph: "Bello vedervi insieme"
GP: "Se è Dust a mandarvi, desidero sapere perché mi ha disturbato, giusto mentre stavo strigliando la mia cavallina"
S: "Quella che portava.."
GP: "Esatto"
R: "Il solito fanciullino. E dei cavalli normanni che mi dici ?"
GP: "Alle lor poste, come sempre"
S: "Ehi, AM, e tu che combinavi ? La noiosa lavata di panni in Arno del fine settimana ?"
AM: "Ben peggio: ho dovuto interrompere una gita sul lago di Como. Sapete, in quel ramo che.."
R: "Sentito, Sam ? Lo sventurato ha risposto"
GP "Ma..cos'è quello ?"
S: "Un martello gigante. Si usa nei cartoni animati, il mio bel Zvanì"
AM: "Fermo !"
S: "Seeh.. e Lucia"
[ con uno zonk ben assestato splatta GP in una nuvola di dripping rossastro ]
AM: "GP.. è siccome immobile.. oddio, e quello è per me?"
R: "Certo, questo guantone da box a molla king size punta dritto su quel vaso di coccio del tuo testone. Paura, eh?"
S: "Be', Ralph, il coraggio, se uno non ce l'ha non se lo può mica dare.. Polverizzami il Lisander, dai"
[ il pugno boinga e cruncha la testa di AM ]
R: "Dust sarà soddisfatto"
S: "E' dal liceo che voleva farlo"
R: "That's all folks !"
[ birra ]
(Dust)
***
In un elegante caffé di Tieste, una coppia.
Parlano e fumano, fumano e parlano.
Per essere precisi: lui parla molto, lei ascolta attenta...
(continua da tt )
***
“Signora Woolf, signora Woolf!”
La Signora si volta di scatto: una ciocca di capelli di traverso sul viso, lo sguardo furente, le lunghe dita unghiute, come zampe di uccello, conficcate nella minuscola borsetta di veluto, a sacchettino.
“Che vuole?”
“Ha appena perso una forcina..”, le fa Aldo Busi con un sorriso da lupo, avvicinando la mano alla scombinata capigliatura della signora. Sotto il sole i capelli della donna scintillano debolmente, come un pasticcio impolverato di fili di ottone, e lo attraggono docili, modesti. “Se aspetta un attimo, gliela rimetto io”.
“Stia lontano da me, razza di pervertito!”, squittisce la Woolf, girandosi sui tacchi con tale foga da perdere quasi l’equilibrio, e il tacco della scarpa le rimane impigliato in una grata del marciapiede. Scuote la caviglia inviperita cercando di liberarsi, ma quello resta lì, saldamente incastrato. Esasperata si sfila allora la scarpa, aiutandosi con la punta dell’altro piede – e si allontana di fretta, mento all’aria, zoppicando con teatralità.
Busi la guarda girare l’angolo, aggrappandosi al muro come una Bertini alla tenda, poi osserva pensoso la forcina, tenendola con due dita come un verme un po’ schifoso. Alla fine, con una smorfia di disgusto, la lascia cadere nella grata, giusto nella fessura dove giace, semirovesciata, la piccola scarpa. Tristemente sformata.
“Lo sapevo, che era una sciacquetta”, borbotta fra sé e sé, riavviandosi.
(Ioepalmasco)
***
Signore, ti senti bene?

Perché piangi?
Non sto piangendo.
Lo vedo, che piangi. Non mi dire bugie.
Hai ragione, sto piangendo. Ma non ha importanza.
Non si piange senza importanza.
E’ solo che vorrei tanto capire.
Che cosa?
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.
Amore?
Già.
Sono troppo piccolo per saperlo.
Magari potresti chiederlo al tuo tigrotto.
Hobbes? Lui non ne ha idea. Non è umano, lui. Non è nemmeno vivo. E’ solo un peluche.
Lo so. Ma ero convinto che tu pensassi che fosse vivo.
Una volta, forse. Una volta ci credevo.
E poi.
Non lo so. Forse mi sono solo accorto che non era vero. O forse il fatto che gli altri non se ne accorgessero lo ha ucciso.
Questa è una cosa molto triste.
Davvero?
Beh, si. Penso di si.
Ecco mio padre. Sta venendo a prendermi.
Digli che resti ancora un po’ con me. Mi piace parlare con te.
Lui mi ha creato. Lui decide quello che devo fare.
Non esiste libero arbitrio, nel tuo mondo?
Non più di quanto ne esista nel tuo.
Vuoi star zitto, per favore?
Vieni, ti porto a conoscere il mio papà.
E perché? Voi non sapete che cos’è l’amore.
Può darsi. Però se ti disegna possiamo restare ancora un po’ insieme.
(Burmashave)
***
...una giornata fredda e pungente: quattro individui, quattro anime, quattro persone, quattro. Un polemico ubriacone, uno schizzato paranoico, un genealogico e un tisico...
(continua da Panda4x4)
***
Mosca, inverno 1926. Ore 18.40
Un cittadino, solo, siede al tavolo di un caffé presso gli stagni del Patriarca.
Sotto gli occhi, una pièce teatrale resa ormai quasi illeggibile da troppe correzioni a matita, che riempiono ogni spazio bianco...
(continua da Carlo)
***
"Cazzo mi faccio un Montecristo n. 5. Come si chiamava quel diavolo dell'ottavo nano? DeLillolo, mi sembra"
Don DeLillo entra con una pallina di baseball in mano e un occhio nero.
"Un fuoricampo degli Yankees; mi sono giocato la retina ma ne è valsa la pena".
Mordecai Richler, seduto vicino al biliardo spariva quasi dietro alla nuvola del fumo che usciva dal sigaro.
"Cazzo, Mordecai, ma tu sei morto!"
"Infatti Don, qua non è più il mondo normale; sto sotto terra: è l'Underworld"
Mordecai Richler si alza e prova a fare il tip tap, ma crolla a terra.
Don DeLillo pensa: 'cazzo, nel Bronx può succedere di tutto'
(Stefanopz)
***
brocche di vino,per natura,corrompono anime e nuvole.marmi riarsi dal sole con nostalgie infinite di falesie,ruminano umori palesati da chiacchere diuturne tra gli astanti della taverna del foro boario.lui lo raggiunge al tavolino scortato da centurioni in borghese accolto da un ave cesare sottolineato da un sorriso ricco di fermenti.
-ergo Sei tu,sei tornato
-come convenuto,mon amì.non mi aspettavi?
-magari un po prima
-ho trovato traffico a Damasco
-capisco....perchè hai un aspetto trasandato..fratello?
-è un ottimo rimedio contro la cattiva gente di tutti i tempi,"persino nelle società piu primitive gli alienati vengono lasciati in pace".Ed io,evidentemente,ho già dato.ora devo lasciarti
-No,aspetta.un attimo..
(Fa un segno vago con la mano e si allontana gongolando cristeggiante)
(Diamonds)
***

Ginevra, nella hall di un lussuoso albergo vista lago, una sera d’autunno.
L’ha invitata alla sua conferenza. Lei, ormai residente in Svizzera da anni, ha accettato...
(continua da Titti)
***
Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca Raymond salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara.

Il visconte Italo di Terralba, mio zio, cavalcava per la pianura di Boemia diretto all'accampamento dei cristiani. Lo seguiva uno scudiero a nome Curzio.

Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano Greche, i Franchi suonavano lire, i Saracineschi chiudevano le persiane. I Normanni bevevan calvadòs.


Perché tante cicogne? - chiese Italo a Curzio - dove volano?

Il duca Raymond sospirò pur senza interrompere l'attento esame di quei fenomeni consunti.


Finalmente ecco, lo scorsero che avanzava laggiù in fondo, Italo, su un cavallo che pareva più grande del naturale, con la barba sul petto, le mani sul pomo della sella. Regna e guerreggia, guerreggia e regna, dài e dài, pareva un po' invecchiato, dall'ultima volta che l'avevano visto quei guerrieri.

- Tutta questa storia, - disse il Duca Raymond al Duca Raymond, - tutta questa storia per un po' di giochi di parole, per un po' d'anacronismi: una miseria. Non si troverà mai via d'uscita?
(Rosabianca)
***
Agliè: la sera è scura su queste case di contadini che odorano di cena. Dolci colline torinesi creano conche tranquille...
(continua da Lilas)
***


“E’ freddo il deserto, di notte”.
L’uomo si massaggiò la spalla indolenzita, poi tornò a guardare il cielo arrossato dal sole al tramonto.
La donna annuì distrattamente.
“Già… freddo come gli inferni di Zandru”
Dietro gli occhiali spessi da miope, lo sguardo andava oltre l’orizzonte infuocato… un cielo viola, un sole rosso sangue e tre lune che facevano capolino ad est le riempivano gli occhi di una luce addolcita.
Con un piccolo brivido, si riscosse e si impose di prestare più attenzione al suo compagno.
Piccolo e mingherlino, con quell’accento straniero (francese, sembrava) era così diverso da lei, eppure…
L’uomo estrasse un taccuino e una matita da un tascapane da aviatore, poi tirò a sé un tavolino da campo e si mise a…
“Cosa sta facendo?” chiese la donna, incuriosita.
“Disegno” rispose lui “Non lo facevo da tempo, ho perso l’abitudine” continuò, imbarazzato. “Vede?” disse poi, mostrandole il taccuino.
Guardò il disegno con attenzione, poi gli restituì il taccuino, in silenzio.
Lui scrollò le spalle. “Già. Dovrei fare più esercizio”.
“Non ci sono molti serpenti, dalle mie parti… e neanche elefanti, se è per questo. Ma questo boa deve essere ben grande, per averne mangiato uno” disse lei con un sorriso.
L’uomo la guardò, stupito, ed un sorriso si allargò sul suo volto in risposta a quello di lei.
“Sarebbe bello se gli uomini sapessero andare oltre le apparenze…” le disse, speranzoso.
“Già” aggiunse lei, lo sguardo di nuovo perso nell’orizzonte “e che dire, se riuscissero a leggersi nel pensiero?”
(Riccionascosto)
***
Una luce opalescente rifletteva nella Neva un cielo di latte.
Un uomo possente camminava a fianco a un ometto breve dalle gambe storte e il cilindro a sghimbescio...
(continua da Gardenia)
***
"E così hai una laurea in medicina"
"Ho fatto il medico fino alla fine"
"Mica per i soldi, no?"
"Ehi, stai mica parlando a un borghese, amico"
"Certo, lo so, ho letto Nietzsche anch'io, che credi?"
Gli si increspavano troppo le labbra quando sorrideva sotto i baffi.
"Sì, l'ho letto del tuo gran signore dei granchi, Arturo Bandini"
"Io i tuoi libri l'ho letti poco"
"Per forza sei americano. Cazzo te ne frega a te della cultura"
La sua bocca invece partoriva conigli macellati quando apriva al sorriso.

(Luis-Ferdinand Céline e John Fante, continua da Strelnik)

***
Scendeva silenziosa e cupa la sera. Nelle vie del centro il passeggio scorreva lento. Personaggi impettiti – soldatini di piombo, li si direbbe, se non fosse per le rare signore – incedono a gruppetti, qualcuno fumando, qualcuno chiacchierando.
Il sole è ormai sceso da un pezzo dietro le torri romane di Palazzo Madama. Il lampionaio gira ad accendere le luci con la flemma ed il ritmo di un dovere fatto fino alla consunzione.
Dal cancello dell’edificio dell’Università esce un personaggio paludato con una strana zimarra scura, dal collo di pelliccia, tenendo sotto il braccio uno scartafaccio di fogli ingialliti, a malapena legati da un nastro.
(Erasmo e Nietzsche, continua da Falsomagro)
***
Il treno puntuale si muoveva lento nella campagna autunnale, lo scompartimento di terza classe era scomodo ma valeva la pena visto il costo della prima e anche della seconda. Nessuno capiva la convenienza della seconda classe. La prima, vabbeh, uno dice "Status symbol, jet set, VIP", ma la seconda? Meglio la terza, chiaramente: convenienza e qualità.
"Scheisswetter" sagte Johann Wolfgang von Goethe.
"What the fuck 're you saying?" The man in front looked at him through his ridiculous spectacles, although he was the famous writer James Joyce.
"Ich spreche kein Englisch, Arschloch".
"Italiano?"
"Un poko, pikkolino, haha, mamma mia, pizza, et cetera, haha."
"I wondered, ehm, chiedevo… quale cosa stava dicendo lei."
"Oh, penso, tempo di mierda, si dice?"
"Ah, yeah, shitty weather, pouring rain, the sky is pissing. Si dice t-e-m-p-o d-i m-e-r-d-a."
"Bravo… (Goethe seuzte halb-tief)…oggi non essere più stacioni."
"Neanche mezze, per questo"
"Ja, aber hoffentlich werden wir Schnee am Weihnachten haben."
"What?"
"Scusi... dicevo, con t-e-m-p-o d-i m-e-r-d-a almeno forse neve per Natale, oder?"
"FUCK! I forgot the presents for the children! Grazie mille di avere ricordato, devo comperare regali bimbi! Scusi, arrivederci!"
"Oh, Adios." Goethe schaute nochmals aus dem Fenster und sah nur Regen und Nebel. "Scheisswetter" sagte er.
(Elapside)

***
Gentili Dottori e Dottoresse,
onde non far perdere nell'oblìo degli archivi
i vostri contributi all'idea del mio Amatissimo Capo Dottor Effe
sono lieta di informarvi che potrete postare QUI
sia questi che quelli che vorrete scrivere in futuro.
I Dottori/esse che hanno partecipato sino ad ora, sono pregati di andare
a controllare nella loro posta privata Splinder: troveranno le chiavi
per entrare nella nuova casa degli Incontri Impossibili.
Per chi vuole partecipare: basta scrivere a SignorinaSilvani in posta privata Splinder.
(s'allontana ancheggiando cordiale)



algunos de estos encuentros imposibles entre escritores, continúan en los blogs de sus autores
podéis llegar desde aquí

http://herzog.splinder.com/1102075531#3531414

14-07-2005 a las 22:46

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