sicilia
registrado: 30-06-2005
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Re: "Un proyecto"
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Il brutto poter ascoso,
de Demetrio Paolin
La prospettiva dei tetti lo portava fuori. Gli si chiudevano le narici agli odori, come se si fosse disabituato a tutto questo guardare solito: i tetti medesimi gli rimandavano tremende bellezze.
Eppure era andato tutto normale, gli era bastato salire in macchina percorrere corso Orbassano, prendere l'autostrada per 56 km, uscire ad Asti Est e poi altri 12 km in direzione Casale Monferrato, una cittadina che era buona giusto per le zanzare e le feste patronali. La leggenda dice che a Casale avesse preso il brevetto da pilota uno degli attentatori dell'11 settembre. C'era arrivato in questo aeroporto da niente, una pista e poco altro. Quello che lo aveva colpito era l'erba luminosa del prato intorno alla pista di decollo: gli erano venuti in mente certi campetti delle ville che stavano intorno a casa sua.
Ci camminò sopra questo verde smeraldo, così lucido che sembrava finto, ed erano giusto due settimane dopo 11 settembre, e non credeva possibile che qui un terrorista avesse passato un anno e più della sua vita ad imparare a pilotare trabiccoli da niente, per poi prendere possesso di boeing per lanciarsi contro una delle due Torri Gemelle. Aveva ancora precisa nelle meningi la vertigine che provò, quando vide le sue scarpe di colpo alzarsi in una bizzarria terribile e lasciare questa depressione di pianura e gettarsi contro quell'edificio orribile, perché le Twin Towers erano brutte e non bisogna dimenticarselo, e penetrarlo come fanno i cani con le cagne con rabbia. Ci aveva pure scritto qualcosa, una serie di appunti o altro, ma poi l'articolo non l'aveva buttato giù: s'era appuntate due o tre righe tanto per non dimenticarsi, frasi che dicevano qualcosa del tipo: la banalità del male non era nelle persone, ma nei luoghi, in questo aeroporto che sembrava un campetto di periferia. E l'aveva pure descritto, nella nebbia che a Casale Monferrato non manca mai, neppure d'estate quando fa a gara con le zanzare e i moscerini per rendere più tetra la città, il kamikaze che si prendeva una birra (poteva prendersela? Forse no, ma quando sei sotto copertura, anche i divieti religiosi vengono infranti) con gli altri aviatori e tutti insieme pensavano di dare quattro calci al pallone, mentre si aspettava che gli aerei finissero la manutenzione. E pensarci bene tutto questo fantasticare non era poi così lontano dai piccoli sogni di questi uomini, che avevano ucciso 5000 persone come fossero mosche (ecco si forma nella mente il viso del presunto kamikaze che infastidito da una mosca, una delle tante, la schiaccia sul tavolo di plastica dell'aerorimessa, pochi bicchieri usati e un paio di bottiglie) e che, sognando un paradiso carnale, si erano avvolti i corpi con delle bende strette così l'esplosione non li avrebbe disintegrati, perché in paradiso - nel paradiso in cui si va dopo aver fatto saltare le Twin Tower - bisogna arrivare integri.
Alla fine non ci aveva scritto su nulla, aveva desistito: Tommaso si era detto che era meglio lasciar perdere; non avrebbe dovuto spiegare troppe cose, dopo che aveva messo i piedi sul quel parto.
Oggi, però, aveva girato 12 chilometri esatti dopo Asti e il paese l'aveva visto da lontano con il campanile nella luce del mattino, di quel mattino appena iniziato, perché a lui piaceva arrivarci presto nella luce primitiva che avevano le case come suscitate da un occhio lacrimoso.
Alla terza curva l'autoradio era esausta e la musica si spense per inerzia.
Bisogna mettere in ordine la tua camera, i libri gli appunti le lettere e poi scegliere quelli che devi portarti a Torino e quelli che possono andare in soffitta, così gli aveva detto sua madre e lui, senza pensarci più di tanto (quando avrebbe capito che questa sua leggerezza l'avrebbe prima o poi pagata tutta), aveva detto che sì, sarebbe venuto su sabato mattina presto.
"Quindi vieni sabato"
"Sì, prima non posso..."
"Bene così mi porti al mercato"
"..."
"...e che se aspetto tuo padre, quando ci vado mai, tuo padre sa solo borbottare, quindi è meglio se mi porti tu".
Il sapore acre del mercato del sabato se lo ricordava e anche quel disagio che lo prendeva non appena girava per le stradine medioevali e strette, piene di gente dalla faccia strenuamente contadina e l'odore da stalla. Si ricordava di tutto questo come qualcosa disfatto, di smerlato dalla sua vita eppure ancora così presente: la macchina parcheggiata nel primo posto disponibile, e poi lui e sua madre camminavano, certe volte capitava pure che camminassero a braccetto, ma era giorno che tutto girava bene, verso la piazza, dove il poeta dava le spalle e il culo ai portici rossi, ma quasi per contrappasso doveva sorbirsi il cicaleccio delle persone passavano da banchetto a banchetto.
Sua madre era lì con le altre donne e uomini, chiusi in abiti orrendi, e Tommaso stava a distanza da quel carname; lo contemplava come qualcosa che non lasciava spazio a speranze. Non si capacitava neppure lui di questo disprezzo profondo che lo teneva lì.
Ora mentre saliva le poche curve che lo avrebbero consegnato al paese, pensava che tutta la sua misantropia, che quel preciso odio per gli esseri umani, per i loro corpi e per la loro lingua era dovuta ai mattini e pomeriggi trascorsi in quella piazza. Quell'alterigia era in realtà un inverno dei sentimenti così netto e preciso, che si stupiva lui per primo, Tommaso dico, di come nessuno gliene chiedesse ragione o almeno se ne fosse accorto.
Era solito dire (aveva appena fatto l'ultima curva stretta), che del paese (ora gli si presentava da sotto a sopra) amava le pietre e le case. Sapeva che tra poco avrebbe visto il granaio vecchio, il campanile e la muraglia che divideva l'abitato in due: l'alto e il basso.
Poi c'erano i tetti che guarda ora dalla sua stanza, dove questa storia, ma lui non lo sa ancora, ha iniziato a dirsi e sta tutta qui tra le tegole smozzicate e sconnesse, nelle grondaie di rame, che suo zio va in giro a mettere e lo pagano pure bene, nei capperi selvatici, che spuntano come lucciole o stelle, nelle piccole brecce della muraglia.
Lui osserva questi rossi, che sempre fin da piccolo l'avevano preso e rapito, e che di notte, complice un'illuminazione da circo equestre diventavano nerastri come certo sangue. Tommaso li guardava questi tetti e li collocava perfettamente, li avrebbe descritti nella loro precisa essenza, ma lui la sua storia l'avrebbe di certo iniziata in un altro modo.
Sarebbe incominciata con una feroce inquadratura del piccolo televisore, un Mivar in bianco e nero, che i suoi genitori gli avevano regalato un lontano Natale di 20 anni fa, e che sta alla sua sinistra, di fronte ci sono i tetti che lo spaesano, incastonato tra i libri, mentre lui è seduto allo scrittoio e pensa di far partire tutto dall'immagine che vide 15 anni fa da quel bianco e nero, e anche in quel caso il Natale era passato di poco.
La scena, la teneva nella testa già dalla cena di qualche giorno fa.
"Ho deciso di scrivere questa storia, e ho anche già deciso come inizierà..."
"Dimmi, dimmi che sono molto curiosa..."
"Ci deve essere una televisione e su quella televisione..."
Fece una pausa, lunga come se non trovasse bene le cose che aveva avute chiare fino a poco prima di sedersi.
"... e su quella televisione?"
Su quella televisione avrebbe dovuto comparire, e ora Tommaso guardava lo schermo nerastro, una faccia conosciuta, che usciva come evocata in un sabba. Non ci aveva mai fatto caso di come un viso noto - quante volte l'avevi visto?, solo ieri prendevi con lui il caffè dopo messa - si modificasse quando andava in onda.
Sembrava un'altra persona, eppure parlava con la stessa inflessione, il medesimo dondolio della testa che aveva quando chiacchierava al bar e il freddo era fuori. E quest'alterità dava il segno preciso di quanto era successo. Fino allora tutto era sembrato chiuso, come se non fosse avvenuto: chissà perché ma sembrava questo. Eppure Tommaso aveva partecipato a tutto, era stato sempre presente, ma solo davanti a quella faccia così conosciuta, ma di colpo si trasumanata in una diversa, mentre colloquiava, amabilmente avresti detto, con gente televisiva, mai vista fuori da quei 14 pollici, tutto diventava reale.
"Capisci?"
"No...."
"Come se qualcuno avesse toccato l'interruttore giusto, l'uomo alla televisione è ciò che permette al quel fatto di diventare drammaticamente reale"
"Non era meglio se lo raccontavi dall'inizio?"
Già, non era meglio?, ma il balenare di questo pensiero lo azzecca mentre sale scale e sente giusto sua madre dirgli: vieni che è pronto il caffè. In casa i muri sono sempre gli stessi, è difficile spiegare diversamente questa sensazione di possessione domestica: sentirsi parte di una creatura viva, che si modifica, ma che per lui rimane sempre uguale, come se un incantesimo rendesse vani gli anni passati e i cambiamenti avvenuti. Il passo, ogni passo che fa, non trema, perché già sa la sua fine.
Il caffè aveva un sapore stantio nella bocca, e Tommaso lo faceva dondolare tra i denti, intanto osservava sua madre nella consuetudine dell'orizzonte della sua cucina.
"E' decaffeinato - disse la donna - sai per papà..."
"L'avevo immaginato, ma ti devo dire la verità fa schifo sul serio"
"Lo so, ma è l'unico che può bere"
"Potresti tenere una scatola per lui, e un'altra con quello buono per noi..."
La casa stava silenziosa intorno, quasi respirasse, sua madre intanto cuciva dei pantaloni, finiva un orlo e lo faceva con una certa maestria. Tommaso pensava a questa cosa curiosa di sua madre che alla fine sapeva fare un po' tutto: tagliare i capelli, fare i dolci, aggiustare i rubinetti, cucire.
Bisogna saper fare un po' di tutto, diceva se glielo chiedevi, all'inizio non sei un po' imbranato e allora ci provi e sbagli, una volta, due e poi vedrai che alla lunga ti viene, basta non scoraggiarsi. Forse questo - si domandava Tommaso - era il principio, il segreto?, di essere dilettanti? Fare le cose non per vocazione, ma per tentativi, per coazione, per testardaggine nel riuscirci?
"Li vedi questi?" e gli aprì davanti agli occhi delle braghe di tela di jeans, o qualcosa di simile, larghi come fossero una reliquia medioevale.
"Sì li vedo..."
"Sono pantaloni per una ragazza"
"Ah..."
"Lo so che non si direbbero, ma sono da ragazza, sono larghi larghi che scendono quasi fino ai fianchi, devi vedere come le stanno male..."
"Sì? Forse dipende dal fisico, dalla corporatura della ragazza. Forse è grassa..."
"Macché la ragazza è anche carina, ma sai chi è certo, sai, la figlia della Luciana"
"...."
"Massì l'hai vista forse qualche domenica fa, è così carina, ma questi pantaloni devi vederli, le si vede la linea del sedere....
"Si la ricordo, ma è anche giovane". Tommaso aveva come un'illuminazione tra le pupille, mentre sua madre cuciva la stoffa: si ricordava questa ragazzina, bella ma negli occhi una sgradevolezza strana, una crudeltà appena palese.
"..."
"Quanti anni avrà"
"Quattordici o quindici..."
"Ancora qualche anno e sarà buona", tutta quella giovinezza lo turbava, lo precipitava dentro un buco nero, dentro un male che lui credeva sopito, ma che era ancora vivo.
"Lascia perdere che quella ha delle cose da insegnare a me e a te... Sai quando le ho provato i pantaloni, mi ha colpito una cosa. Lei aveva uno strano ombelico...."
"In che senso.."
"Era molto più largo del normale, del mio o del tuo, molto più profondo e nero, io le prendevo le misure per le brache, ma ero come attirata da quel largo profondo oscuro ombelico che mi stava davanti, come una caverna. Lo vedevo proprio lì ad un passo dal mio naso e dalla mia bocca, grande buio e me lo immaginavo come una tana, come ci poteva stare qualche bestia acquattata..."
"E lei?"
"Lei cosa?"
"Cosa faceva"
"Niente. Anzi, no a pensarci bene rideva, di un ghigno strano, come se si fosse accorta che io stavo a guardare il suo ombelico e di come questo mi stesse ipnotizzando. Era una cosa stranissima, io provavo un senso di repulsione, di schifo per quella cosa, eppure mi veniva da mettere il dito dentro..."
Tommaso guardò sua madre mimare il gesto con il dito, che entrava in un immaginario ombelico, e fu percosso da una scossa forte: i corpi giovani hanno questa malizia. Possiedono loro malgrado questa malvagità che lui reputava stupefacente, così come la sensualità che emanavano così non voluta, così involontaria, era penetrante come una lama.
Si ricordava ancora quella volta di novembre, Annina era seduta con il broncio, mentre impazzava la festa dell'oratorio (erano passati 15 anni?, sì quindici anni tutti filati), e lui le si era avvicinato. Annina aveva 10 anni e aveva un debole per lui, Tommaso, il suo animatore: lei gli si era appoggiata con la testa sul petto.
"Annina cosa ti succede?"
"Niente"
"Annina dimmi..."
"E' Tomacek."
"Cosa ti ha fatto Tomacek".
"Niente..."
"Annina... non mi fare arrabbiare..."
"Niente..."
E quindi aveva urlato, nel frastuono tremendo, il nome di Tomacek, che era subito arrivato con i capelli rossi, le lentiggini e una vivacità alcune volte fastidiosa.
"Cosa hai fatto a Annina?"
"Io?"
"Tu"
"Niente..."
"Sicuro? Perché tiene il broncio?"
"Chiedi lei..."
"Già fatto. E mi dice che sei stato tu..."
"Non ho fatto niente..."
"E invece sì" disse Annina piagnucolando.
"No" fece Tomacek
"Sì"
"No"
"Sì"
"No"
"Se dici ancora no, gli dico il tuo segreto, glielo dico a Tommaso e non puoi fare niente di quello che mi hai detto..."
"E che mi importa io lo faccio lo stesso..."
"Cosa? Devi fare?"
"Niente" disse Tomacek a Tommaso.
"Niente cosa?"
"Volevo dirti, ma tu vieni al funerale, quando muoio?"
"Tomacek ma cosa dici?"
"Chiedevo..."
"Non dire stupidaggini"
"..."
"Va bene?" e gli strinse le braccia con forza, scuotendolo.
"Va bene, posso andare, che devo giocare al calciobalilla?"
"Vai..."
"Annina vieni con me"
"Facciamo pace?"
"Sì".
Li vide, Tommaso, andare via e sentiva un disagio, che scambiò per il malumore che novembre scaricava sui muri del paese.
Ora cercava di scrollarsi di dosso tutti quei ricordi, tutti quegli strati di ricordi, quelli più prossimi, sua madre e l'orlo dei pantaloni, quelli più lontani, i bimbi purissimi nella finta nebbia dell'inverno, e cercava soltanto di tenere a mente quella faccia al televisore che diceva cosa insensate, che lui aveva pensato allora insensate, e che oggi sembravano soltanto un rumore di fondo, di cui non riusciva a distinguere il nesso. L'uomo alla tv aveva una camicia azzurra da tranviere (ma come faceva a saperlo?, se la sua tv era in bianco e nero?, beh lui lo sapeva perché l'aveva visto così tante volte vestito in quel mondo), una larga stempiatura, anzi una vera e propria calvizie accentuata dal fatto che i capelli erano lunghi sulle spalle. La camicia era aperta almeno di due bottini e si indovinava, ma Tommaso sapeva che c'era, il crocifisso d'oro e un piccolo ruffo di peli grigi come i capelli. Era il sindaco del suo paese, e lo diceva anche il sottopancia della trasmissione, chiamato per spiegare le ragioni di un fatto, che sfuggivano a quelli in studio e che in un certo senso sfuggivano a tutti, anche a loro che stavano nelle case del paese.
Gli si offriva il conto, qualcuno aveva deciso che bisognava pagare il conto, proprio come ora che avevano lasciato casa, lui e sua madre, e dopo la visita al mercato erano in una pizzeria a prendersi qualche trancio di margherita o di focaccia con i funghi.
"Quanto le devo"
"Cinque euro".
Trovarono una panchina vicino ad una fontana, intorno a loro tanti ragazzi e ragazze che avevano segato scuola o che semplicemente erano già in vacanza. Una di loro, una ragazza, che masticava una gomma con la bocca, aveva i pantaloni simili a quelli che sua madre aveva appena finito di cucire. La schiena le scendeva giù a piombo e indovinavi proprio la linea dei glutei e il coccige, quella specie di coda atrofizzata che ci ricorda il nostro essere bestie. Tommaso stava incantato davanti a quella linea, si chiedeva di quanto si fosse spostato il confine tra quello che alcuni chiamavano corpo e la propria nudità. La ragazza stava perfettamente a suo agio nuda, e a Tommaso sarebbe bastato un piccolo passo per vedere più netto il limitare del sedere, avrebbe potuto scorgere - aguzzando la vista - la leggera peluria di quella pelle così giovane; ebbe voglia quasi di lasciare la sua pizza e mordere quella carne per sentirne il gusto acidulo e si ricordò di Tomacek quella volta che gli aveva morso al lui la mano, il dorso.
"Tomacek, che devono giocare anche gli altri lo sai, vero?"
"Sì"
"E quando hai intenzione di farli giocare?"
"Quando qualcuno mi batte non prima". Lui l'aveva battuto, ma il bimbo non aveva sentito ragioni e gli aveva piantato i denti, e Tommaso ne aveva provato un segreto piacere.
Tomacek aveva sempre questi occhi così vispi, polacco, nato in Polonia proprio, ne aveva i tratti e le guance rosse, così come i capelli e le lentiggini, i denti bianchi e sottili, e una voce acutissima, di un'ottava più alta di quelle normali. Non gli riusciva di stare fermo, neppure a messa, quando la serviva e faceva piccoli saltelli sul posto. Ora, mentre la ragazza ancheggiava con quella carne vergine, si ricordava che durante una consacrazione, nel più incredibile silenzio, lui si era messo a cantare una canzone in polacco: e ad un tratto quella sua voce sgraziata, quando parlava, acuta stridula, fastidiosa come il pane bruciato al gusto, si era fatta perfetta nei toni e nei tempi. Anche il prete si era fermato, aveva proprio smesso di parlare, sentendo questa voce così. Tomacek cantava in quella lingua gutturale e spessa. Nessuno capiva, ma non sembrava un problema. Dopo messa poi Tommaso era lì ad aspettare Tomacek: uscì con il suo filo di liquirizia e qualche soldino, il prete dava sempre cinquecento, mille lire a chi serviva messa.
"Ma che canzone era..."
"..."
"Dai dimmi..."
"E' una canzone di mia terra"
"Polacca"
"Sì..."
"E che dice..."
"Parla di una bimba che viene mandata fuori Chiesa, perché è grande"
"..."
"Dice proprio: ora che sono grande/non posso stare nel tempio/ e mi viene da piangere" e mentre lo dice, ricanta questo pezzo.
"Non sarà mica la Madonna?"
"Sì, forse, la Madonna è triste che non può stare in chiesa e quindi piange ed è triste... E' triste perché diventa grande e quindi deve lasciare tutto e diventare grande, capisci?"
"Sì, capisco, ma quando si diventa grandi ci sono anche cose belle"
"No si diventa grandi, si piange quando si diventa grandi e si diventa tristi. Io no grande"
"Tu non vuoi essere grande"
Non disse una parola, ma scrollò da destra a sinistra tutta la testa che aveva e con lui tutti i capelli, e quel gioco, per lui tutto è gioco, gli piacque così tanto che continuò a farlo, tanto da stordirsi e rischiare di cadere per terra.
La Vergine (Tomacek l'immaginava nera come un pezzo di legno da camino, scura, piatta, la sapeva nera come una bestemmia) piangeva che non voleva diventare grande. Chissà perché Tommaso la Madonna non la immaginava proprio bambina, non se la vedeva spaventata per le prime mestruazioni, per la cacciata nel tempio, per il matrimonio con Giuseppe vecchio falegname vedovo; né se la vedeva sgravarsi a Betlemme in quel buio: per lui la Vergine era quella che offriva il seno colmo di latte al bimbo, al Cristo, che le si avvicina con le labbra al quel seno pieno di latte. Che sapore avrà avuto il seno di Maria? Quale tenerezza, quale gusto avrebbero sentito le sue labbra, nell'accostarsi a chi era senza peccato? A chi non conosceva il male? A chi non ne aveva esperienza carnale? Intima? Prossima?
E il corpo di questa ragazzina, sempre così prossimo, era la cosa più vicina alla purezza che aveva intorno, pensò Tommaso. La sua bocca avrebbe succhiato quel seno come se fosse senza peccato, ma noi abbiamo un'ombra - così sapeva Tommaso, che in questi giorni se ne rendeva conto dolorosamente - che ti infanga. Come fare a preservarsi da questa deriva? Da questo cedere per forza al dolore, tutto pieno, che sentiva presente in ogni forma, anche minima di vita?
Quando si riebbe fu uno schiocco di dita, sua madre gli aveva detto che era ora di andare che si faceva tardi. La città galleggiava intronata sopra una noia tremenda: il viaggio fu di un silenzio totale. Tommaso sentiva il sudore colargli lungo la schiena e tra le gambe, disegnando delle traiettorie diverse; percepiva del suo corpo perfettamente tutto l'ingombro.
Quando furono a casa, a una ventina di metri dal suo cortile, c'erano una decina di persone, alcuni erano bambini e piangevano.
Due passi ed era lì davanti a vedere quello spettacolo: due cani maciullati per terra come se fossero stati investiti da un autotreno. Uno era piccolo, un bassotto di razza, l'altro più grande un cane bastardo.
Un bimbo diceva: "Da lassù da lassù...". Tommaso cercò di capire, nella confusione, e comprese che i cani erano caduti dall'alto della muraglia e avevano fatto un volo di una ventina di metri, fracassandosi proprio lì davanti alla banca mentre un po' di gente passeggiava.
"Si sono uccisi" diceva un signore.
"No" fece una donna
"Come no"
"No perché gli animali non si uccidono, è una cosa da uomini..."
"Anche i bufali corrono verso il precipizio...".
Tommaso vede questi due cani correre verso il muro e saltare senza una ragione precisa che li spinga a fare quello, niente. Solo una corsa furibonda, i corpi sentono lo spessore del vento, i muscoli si tirano, il fiato si spezza, poi un balzo e giù in picchiata verso il nero dell'asfalto, candendo all'ingiù vedendo le cose da una prospettiva bizzarra e veloce come in un ultimo scoppio, come un lampo di magnesio.
L'avranno fatto per curiosità, pensa Tommaso, e questo è quello che si paga per la curiosità: ci si riduce così massa informe di pelo, ombre di ciò che furono, pianto delle persone intorno. Non solo i bufali corrono verso il precipizio, ma anche i cani lo fanno per gettarsi dalla muraglia, e così gli uomini che corrono verso il loro burrone; lo cercano proprio, lo voglio, lo desiderano.
Cupio dissolvi. In deo, in nihilo, fa lo stesso, basta che ci sia posto, basta che smetta quest'ombra di girarmi sopra la testa, pensa Tommaso.
"I cani, gli animali, non si suicidano perché il suicidio è un atto razionale..."
"E gli animali non lo sono..?"
"Non come gli uomini?"
"L'uomo sa che soffre, se ne rende conto..."
"Le bestie no, le bestie arrivano ad un punto e muoiono..."
A pensarci bene era un po' così; si ricordava, Tommaso, cosa aveva imparato leggendo i libri sul lager: pochi o nessun suicida. Questo perché i prigionieri diventavano bestie o cose, perdevano la scintilla della vita: quindi perché decidersi di morire se non sapevano più di essere in vita?
Ma era anche vero, pensava sempre Tommaso, mentre erano appena arrivati i cantonieri per tirare via quelle due carcasse (era strano vedere tre gatti randagi, accanto a qui corpi, accucciati con occhi sgranati e gialli), che l'incidenza dei suicidi era molto più alta tra i sopravvissuti al lager che nella gente comune. Quasi che i sopravvissuti, avendo provato la stupidità e la stoldità dell'essere niente, rimpiangessero quella atarassia sassosa, che con il ritorno si era trasformata una ipersensibilità insopportabile, in una angoscia onnicomprensiva, e così uccidendosi decidevano di riprendersi quella condizione.
"Di chi sono questi cani?" disse il cantoniere con la sua giacchetta arancione fosforescente.
"Boh"
"Chi li ha investiti"
"No sono caduti da su..."
"..."
"Sì dal muraglione..."
"Insomma piovuti dal cielo..."
Si piovuti dal cielo che li ha rifiutati, due olocausti non graditi agli dei.
"Oppure qualcuno li ha buttati giù..."
"Oppure si sono suicidati..."
Tommaso pensò che la ridda delle supposizioni faceva un difetto, dimostrava una slabbratura nelle cose: la gente sembrava dimenticarsi del fatto che fossero morti, spesso ci si dimentica della morte, la si mette in un angolo, proprio come il sindaco alla tivù quella sera d'inverno, che avevano mangiato la minestra e la peperonata.
"Potrebbe essere un malessere generale, legato al paese, alla vita asfittica del paese?" disse il conduttore.
"No il nostro è un piccolo paese, molto vivace, molto aperto e spontaneo, pieno di cose da fare..." mentì il sindaco, perché comunque una buona pubblicità è sempre accetta, ma anche lui sapeva che di sera, d'inverno, non c'era niente da fare lì, niente. Non c'era neppure un cavalcavia, un'autostrada, dove mettersi a fare il tiro al bersaglio sulle macchine che passavano. Quando erano piccoli, ricordava Tommaso, prendevano le castagne e le tiravano ai vecchi che stavano sulle panchine, ma miravano basso alle gambe, perché tutto sommato gli anziani stavano già per morire e non c'era bisogno d'accanirsi con loro: sfogavano la loro rabbia e la loro frustrazione con gli altri. Strano ma questa cosa la stava dicendo anche quello alla televisione, uno psicologo o una cosa del genere, che parlava di un sentimento autodistruttivo e frustrato.
No no no, faceva il sindaco con la testa, quando davano la colpa al paese; non è colpa del paese, diceva, forse del paese l'unica colpa è quella di non essersene accorti subito, beh, mica puoi accorgerti di tutto, forse quelli che gli stavano più vicino dovevano accorgersi di tutto. Avrebbe volentieri, Tommaso, sputato sul quel Mivar bianco e nero, che stava come vent'anni fa alla sua sinistra, mentre lui guardava fuori i tetti rossi e consumava l'albume degli occhi in quelle tegole e tra le mani teneva un'agenda color terra, la teneva aperta, perché lui non si era dimenticato cosa doveva fare lì oggi, mettere in ordine. Scegliere. Discernere. Mettere di qua e di là, quello che andava a Torino e quello che sarebbe finito in soffitta. Questa agenda sarebbe finita in soffitta, anche se rileggeva quelle parole, o meglio le parole finali, le rime. Stelo. Gelo. Cielo. Banali.
Mecca quand'era morto in macchina era stato un fulmine a ciel sereno per tutti, Mecca era un coglione a dire il vero, faceva 2 G al liceo scientifico e lui invece, Tommaso intendo (che non approverebbe tutta questa messe di cose, lui farebbe solo parlare la televisione, da lì si capirebbe tutto, e lui ora tiene in mano l'agenda e pensa che sì, che partirà proprio dalla televisione, se ne è convinto) faceva la 2 C.
Era morto in un incidente in auto. Non andavano forte, una cosa da nulla, strada bagnata finiscono fuori da una curva. Un capitombolo. Poi tutti escono. Fuori. Sono tutti un po' breschi, e ridono, sono vivi e ridono. Dicono parolacce, dicono madonna, dicono diocane, dicono cazzo, fanculo, staminchia, puttanamerda. Continuano a ridere, ma poi si accorgono che fuori dalla macchina, in piedi, sono solo in quattro, che uno non c'è. Cazzo è finito Mecca, dicono, cazzo sarà. Ed è buio e non riescono a vedere niente, così si fanno luce con l'accendino. E Mecca è in macchina morto.
Quando lo dissero che era morto, a scuola venne giù il silenzio che c'era in quel fosso.
Il prof di religione, un pazzo quasi prete, che poco prima di diventarlo aveva trovato la donna della sua vita, disse a Tommaso e alla classe, che Mecca era morto. E dovevi vederlo come piangeva. Era atterrito da un dolore tremendo.
Qualche giorno su La Stampa locale comparve una poesia, decisamente orrenda, piena di angeli di lacrime e di solitudini di paradisi di bellezza per Mecca, a scriverla era stato il prof di religione. Tommaso, riguardando la sua poesia con quelle tre rime alternate stelo gelo cielo, sentiva il medesimo disagio che aveva provato leggendo la poesia per Mecca. Uno muore, si era detto, e noi gli scriviamo una cagata, gli scriviamo qualcosa che ci toglie dalla testa la verità ovvero che non c'è ragione in questa vita, che quando si è morti, si è morti morti completamente, che non ci sono angeli, o potentati o principati che volete, che la faccia del Mecca ora sarà scomparsa, dimenticata come i versi del prof che forse lui stesso si è scordato.
Ma questo perpetuo dimenticarci di chi ci muore accanto, pensava Tommaso, è una sorta di difesa brutale, ma di cui non possiamo farne a meno. Pensa una giovane ragazza che si innamora di un ragazzo. Se lo prende e decide a vivere con lui, lei si decide di prendere una casa con lui e fanno progetti. Lui poi scopre degli strani noduli sotto l'ascella destra, e lo scopre in un modo banale, facendosi la doccia. Quando le telefona, per mettersi d'accordo su dove andare quella sera, glielo dice e lei fa: vai dal medico, ma non sarà niente. Lui risponde che ha ragione e farà così. Poi si ritrovano che lui ha un tumore, che lo sta rodendo e che c'è poco da fare. Lei gli sta vicino, ma tutti quei progetti per la sua vita che fine fanno? Moriranno con il suo fidanzato? Oppure? Oppure si rifarà una vita con un altro, e gli dirà pure ti amo, si farà penetrare e farà figli, che sarebbero dovuti essere dell'altro, se il male non l'avesse portato via prima del tempo. Tommaso si domandava se questa ipotetica ragazza (se la vede bionda piuttosto paffuta, con occhi chiari, alta, triste e seduta vicino al fidanzato morente) non pensava mai quando stava con il nuovo moroso a quello di prima: se per caso durante l'amplesso, questo nuovo ragazzo facesse qualcosa - che so un gesto, una parola, un modo di sfiorarle il seno o il sesso umido - che le ricordasse l'amato morto. E se questa cosa mai le gelava il sangue, come ora si era raggrumato a lui, Tommaso, pensando a questa eventualità.
Cosa aveva pensato la prima volta, dopo quanto?, che aveva detto nuovamente ti amo? Che faccia aveva quello davanti a lei? Oppure ai suoi occhi era sempre l'amato morto a incarnarsi nei suoi fidanzati? Perché se era così il male diventava qualcosa di insopportabile, di violento non volendo, avvelenava tutti i rapporti e tutte le vite. Chi subisce il male contagia gli altri, li intossica e li costringe a propagare il male, in un'infinita serie di combinazioni, di variazioni, di mutazioni che non lasciano spazio a ipotesi di redenzione.
C'è un male che non controlliamo neanche, che non sappiamo neppure di fare: anche quando per un attimo cerchiamo solo di trattenere nel caldo del nostro corpo un po' di felicità, un po' di quella felicità terrena, bassa, che ci è concessa in certi giorni di primavera.
Proprio dove c'era il sangue dei cani, il sole - facendo chissà quale giro - indugiava come un curioso qualunque. Tommaso venne via, ubriaco di tutti i suoi pensieri e ripetendosi l'ultima frase che il sindaco aveva detto durante la trasmissione: per certe cose non esistono responsabilità, succedono e basta. A quel punto lui aveva chiuso la televisione, andandosene a dormire, convinto che le colpe non sono di nessuno, che i fatti avvengono senza disegno.
"Cosa è successo?"
"Due cani"
"Investiti? Qui vanno sempre fortissimo, capita che mettono sotto qualcuno prima poi..."
"No, dicono che sono caduti dalla muraglia"
"Ma come?"
"Questo è il mistero..."
"Chissà che spettacolo..."
"Diciamo che non era un bel vedere, ma adesso puliscono la strada e tutto passa tranquillamente."
"Senti oggi pomeriggio, vai tu dalla Luciana a portare questi pantaloni a sua figlia?"
"Devo andare fino lì"
"Che ti costa?"
"Niente".
Doveva andare fino lì e a lui questa cosa costava, ma Tommaso si rendeva conto che questa giornata era il suo resoconto verso certe dolorose aperture che lui aveva per troppo tempo nascosto, covato. Era il giorno, l'ora forse, che avrebbe visto le cose un po' più chiaramente. Non sapeva neppure lui spiegare questo presagio, come aria funesta che sembrava sostare sui comignoli, che costringeva le rondini a voli diversi, a traiettorie irreali e sbilenche.
Nel pomeriggio sarebbe andato fino lì e in più là lui avrebbe riconosciuto tutto.
La vigna. L'aveva descritta tante di quelle volte, nascosta, mutilata, messa da parte, presa di sghembo e dai lati, da sopra e da sotto. L'aveva paragonata alla vagina, al sesso di tutte le sue madri, di tutte le sue sorelle, di tutte le donne che avevano costellato le misere cose che scriveva. La vigna gli stava davanti. Tommaso a questo non era pronto e andando verso la casa della Luciana aveva fatto finta di non vederla.
Aveva suonato, era uscita la ragazza, con una tuta azzurra, civetta. Sì quindici anni giusti e lei l'aveva guardato come un estraneo.
"Desidera?"
"Ciao, sono solo venuto a portare questi pantaloni. Da parte della Mimma"
"Ah saranno per mia madre"
"Veramente sono i tuoi..."
"..."
"Scusa, ma li ho guardati e non credo che tua madre metta i pantaloni oversize"
"No, infatti sono i miei. Ha detto quanto le devo dare?"
"Non ti preoccupare, si aggiusteranno tra di loro"
Quindici anni giusti. Lei non sapeva niente. Avrebbe voluto, Tommaso, prenderla e portarla nella vigna e dirle che quindici anni fa, lì. Ma come avrebbe potuto? Desiderava che solo che questa ragazza rimanesse così, che non sapesse quello che 15 anni fa era successo. Gli short erano così aderenti che avresti indovinato tutto di lei. Fu colpito dalle creste iliache che salivano dal pube fino ai fianchi e incastonavano quell'ombelico magnetico, quel centro del mondo, quella caverna nera, quella tana, dove sua madre avrebbe voluto metterci il dito e lui, lui Tommaso dico, ci avrebbe infilato la lingua e ci avrebbe sputato dentro saliva e sangue, giallastra come terra, come faceva da piccolo, quando allagava i formicai o le tane delle talpe.
E lo aveva insegnato a Tomacek, a cui piaceva da matti giocare nei campi e correrci e diceva che correva e non sapeva cosa erano quelle cose di terra nere che spuntavano.
"Sono le tane delle talpe"
"E io ci provo a chiuderle... con le palline da tennis o da tamburino..."
"Da tamburello, Tomacek, tamburello. Hai provato con l'acqua?"
"No."
"Io gli versavo sempre l'acqua, prendevo una pompa, la mettevo nel buco e aprivo l'acqua..."
"E cosa succedeva agli animali dentro?"
"..."
"Morivano?"
"Forse, in realtà non sapevo mai dove erano le talpe e dove no..."
"Però se c'era un animale dentro moriva, vero?"
"...."
"Vero? Vero?"
"Sì"
"Bene, allora mi piace"
La naturale crudeltà dei bimbi è un luogo comune, ma quando la vedi così vicina, così incarnata, senti una strana attrazione e una sorta di repulsione. Tomacek sembrava destinato a qualcosa di importante, Tommaso se ne era convinto, passando con lui tanti giorni, non solo durante il catechismo, ma anche all'oratorio o al doposcuola. Era come se sapesse qualcosa di sé, come se intuisse di sé, della sua vita, qualcosa che nessuno sapeva.
Una volta, era una domenica, forse d'ottobre, erano andati con altri bambini in una comunità famiglia per passare una giornata diversa. Il pomeriggio era rabbuiato quasi subito e i bambini, sia quelli della comunità che gli altri esterni, erano tutti nel salone grande. C'era la tivvù accesa, e i più grandi, visto che avevano fatto i bravi, potevano vedere Novantesimo minuto. Tommaso stava seduto su di una poltrona di velluto verde, guardava fuori, dove la notte era un po' dappertutto. Pensava (anche se stenta a credere a quel ricordo) ai compiti da fare e quella umida malinconia che hanno le domeniche per gli studenti; una malinconia che ora, questo preciso adesso in cui è davanti allo scrittoio della sua camera, gli mancava tremendamente.
Pensava ai compiti, quando Tomacek gli si accucciò al grembo come una bestiola; senza dire niente lui si mise ad accarezzargli i capelli, sentì che Tomacek aveva un odore di selvatico, c'era questa strana pace. Ora. La notte piena piena sopra di loro, Tomacek semi incosciente sulla sua pancia: erano questi i momenti in cui desiderava morire, perché la felicità non aveva più le sembianze sopportabili di qualcosa di terreno, di prossimo, ma diventava celeste, eterea e, medesimamente, oscura e buia: la felicità diventava insopportabile, questo pensava Tommaso, mentre accarezzava i capelli rossi di Tomacek; e non avrebbe potuto reggere per molto tutta questa gioia e tutto il resto.
Dopo una mezz'oretta, Tomacek si riebbe come se fosse stato per tutto questo tempo in un'altra dimensione, aprì gli occhi e neppure sorrise, ma si stiracchiò, all'inizio con fatica, come fanno i puledri appena nati, poi se ne corse via senza dire una parola. E sul grembo di Tommaso rimase la forma e l'umidità di un desiderio, mai più detto.
La ragazza, intanto, stava per rigirarsi e tornarsene in casa, Tommaso era come bloccato, inchiodato nel mezzo di quella via.
"Scusami lo so che sembra una richiesta assurda, ma avresti un po' d'acqua da darmi..."
"Gliela porto subito. Mi aspetti qui..."
"Lo so che ti sembra una cosa da matti, ma è come se qualcosa mi stesse incendiando la gola e non riesco neppure a parlare, forse è questo sbalzo di tempo, fa freddo per giorni e poi ci tocca subito vestirci leggeri leggeri..."
Lei, però, se ne già andata dentro a prendere l'acqua. Tommaso si rese conto di quanto fosse stupido e preferì andarsene, capitava spesso di fare una cosa e poi non renderla pubblica. Si ricordava, adesso che guidava e stava tornando verso la vigna, che sapeva essere lì dietro quella serie di curve, come durante quella veglia di 24 ore, in quel Natale funesto, lui avesse preparato delle preghiere, delle intenzioni. Precise.
Le aveva scritte a mano sul suo taccuino Pigna a quadretti. Era una serie di litanie, in cui si chiedeva perché, e lo si chiedeva al bambino che andava a nascere di lì a poco, al re dei re, al salvatore, all'emanuele, al verbo di dio, al consolatore, all'agnello di dio, e si chiedeva sempre lo stesso perché, perché era successo quello che era avvenuto, quale oscuro disegno c'era in quella macchinazione, perché questo dolore eternamente eterno, perché adesso, perché a natale, perché in questo modo, perché con queste caratteristiche, perché sembrava quasi che non fosse vero, perché il tempo non si era fermato, perché le luminarie in paese, in città e in tutto il mondo non si erano spente, perché la gente aveva comperato i regali, perché lui desiderava ancora avere regali e farne. I "perché" facevano la loro bella figura per pagine e pagine del taccuino Pigna, dove Tommaso aveva passato i giorni, successivi al fatto, a scrivere e a chiedere tutti questi perché. Venne il suo turno, la chiesa era quasi vuota, era un orario strano, ma lui non lesse quelle invocazioni, non chiese perché, tanto nessuno avrebbe sentito e nessuno avrebbe risposto. Rimase in silenzio tutto il tempo, poi prese queste 4 pagine di quaderno pigna, dove aveva scritto in bella copia le sue invocazioni, e anche tutte le pagine con le brutte: andò verso il fuoco che ardeva davanti al santissimo. Si fece dare una piccola ciotola di rame, ci mise dentro un foglio, poi con uno stoppino bruciò i suoi fogli. E l'aria si stipò di questo odore squamoso di fumo, e Tommaso, era un pesce in un acquario d'acqua melmosa?, si sentì mancare il respiro e quasi svenire in quel fumo più intenso dell'incenso che il sacerdote usava per i funerali.
Era ancora stordito da questo sogno o ricordo, che quasi si dimenticò che la televisione aveva ripreso la vigna, l'aveva inquadrata e ci era andata dentro: il cameraman e il giornalista avevano camminato lungo i filari fino ad arrivare il capanno. Il bianco e nero della tivù rendeva tutto più sinistro e preciso, perché quando arrivò la notizia, Tommaso questo lo ricordava benissimo, fuori era una sera di nebbia, nessuno si aspettava una cosa del genere. Il giornalista camminando aveva indicato il punto preciso, aveva detto, Tommaso era come se vedesse un rallenti esasperato: qui è successo tutto. E aveva aggiunto: come vedete il paese è lontano più in là, e il cameraman aveva fatto una rotazione di 270 gradi e nella nebbia di gennaio, che rendeva questo pomeriggio così simile a quello (ma quando il pomeriggio nei giorni d'inverno non era simile a quello? Perché qui tutti i giorni si assomigliavano come gemelli), si vedeva il campanile.
E poco più giù, c'era la finestra della camera di Tommaso che stava ancora seduto allo scrittoio, e pensava alla macchina che faceva le curve questo pomeriggio, come se fuggisse dalla ragazza e dalla vigna, che lo incombevano dietro come un delitto mai commesso.
"Cosa pensi?" sua madre era entrata nella stanza, prendendo alle spalle.
"A niente, guardavo il panorama e i tetti..."
"E' tutto il giorno che ti vedo pensare a qualcosa..."
"E' niente. E' solo niente".
"Non ti va di parlare?"
"Ti capita mai di pensare che le cose che ci accadono sono delle semplici scene staccate, che non hanno un senso, che siamo noi che gli diamo un ordine per non impazzire, ma che se guardiamo bene le cose che facciamo, quelle che ci sono accadute, possiamo solo dire che sono un'accozzaglia di eventi senza senso?"
"E tu cosa fai? Cerchi una logica?"
"Non lo so neppure io, sai, non so neppure io se ora che dico queste cose, o le sto solo pensando. Non so capisco neppure se sta accadendo o se queste cose che ti dico, le ho pensate per poi scriverle, per farle diventare una immensa trama in cui tutto almeno per alcune pagine si tiene, non lo so. Non so se dicendo 'oggi', io dica questo vero oggi in cui io sono qui con te a dire queste parole...".
Sua madre non capì questa vertigine che lo prendeva ora, che lo stava possedendo da stamattina e che sembrava abbandonarlo, come un tumore dentro di sé.
Di quale oggi parlava, Tommaso? Di quale.
Sua madre uscì dalla camera e lui non faceva che ripetere veleno, capanno, sangue e coma.
Lui continuava a dire quello, lo ripeteva come un ossesso da quando era tornato a casa. La domenica doveva essere la solita. Erano andati nuovamente alla casa famiglia, poco prima della vigilia di Natale. Stavano lì seduti, mentre Tommaso guardava fuori oppresso da un senso di catastrofe. E il telefono suonò e in un secondo si sparse la voce, si sparsero quelle parole veleno, capanno, sangue e coma, che erano le uniche che Tommaso riusciva a ricordare.
I giorni seguenti furono un purgatorio, che lui ricordava come terribile, perché non c'è niente di santo nel rimanere a mezza vita, si diceva in quei giorni, uno dovrebbe decidersi di vivere o di morire, di vivere per sempre o morire per sempre.
Che poi uno si chiedeva (Tommaso se ne ricordava, ne parlavano tutti la sera in bottega), perché avesse deciso di usare il veleno per i topi, l'insetticida e perché in quel capanno, e soprattutto cosa aveva spinto una persona a uccidersi.
"Un bambino" disse Tommaso
"Perché cosa ho detto?"
"Ha detto una persona, come a significare, che era una persona adulta... Mentre questo era un bambino, di 10 anni"
Scese il silenzio.
Tommaso fece solo in tempo a ripetere: "Un bambino".
E lui aveva detto: un bambino, l'aveva proprio detto e ripetuto anche quando aveva fermato la macchina ed era salito lungo i filari della vigna, passando per la piccola stradina che divide un pezzo di bosco, abbandonato e incolto, e queste linee di viti, che avevano già i primi grappoli acerbi. La macchina l'aveva lasciata giù, e quasi si pentiva in questo pomeriggio così terso, che sembrava un vetro ben lavato, di non aver convinto la ragazzina a venire con lui fin qui. L'avrebbe tenuta per mano e forse lei avrebbe immaginato che questo ragazzo, timido chiuso in sé come un orto, l'aveva portata qui perché da tempo non sapeva cosa voleva dire stare con una donna e che lei era più piccola, ma stava con David, venticinque anni, un uomo dio mio, che in discoteca l'altro sabato le aveva messo le mani proprio lì, e lei era tutta tremante e tornata a casa non aveva chiuso occhio, cercando con le sue mani di ritrovare quel gemito perduto. Lui forse la voleva e lei gli avrebbe fatto fare quasi tutto. Sorrideva Tommaso a questo, perché in realtà non avrebbe voluto neppure sfiorarla, ma soltanto toglierle la vera innocenza, quella che aveva perché non sapeva questa cosa.
Tenendola per mano sono arrivati su in cima, poco discosto, sopra questa sommità, nascosto da qualche albero, c'è un capanno dei cacciatori. E' una casupola le pareti in legno, Tommaso la indica come l'attore che inchinandosi presenta al pubblico la scena.
Niente era cambiato da allora, proprio perché tutto era diverso, 15 anni sono tanti e dopo un po' le persone si erano rimesse a camminarci qua sopra, andando e venendo con le zappe, con le vanghe e il verderame. All'inizio, salendo fin qua su, dove le colline adesso sembrano un mare di verde, avranno di certo guardato il capanno: le prime volte con insistenza, con un brivido, poi sempre più distrattamente, lasciandolo, poi, all'incuria del tempo.
Ecco vedi, disse Tommaso alla ragazzina, che non c'era ma era lì fissa nella sua carne, lui venne fin quassù per giocare o per scappare. Non lo so perché venne, questo è rimasto il mistero della faccenda, anche la televisione, sì proprio, venne qui e ci rimase qualche giorno per capire, ma nessuno seppe veramente il motivo. Ti deve bastare sapere, che quel primo giorno delle vacanze di Natale, lui venne su; possiamo immaginare facilmente che prese quel sentiero lì, lo vedi?, quello che parte da quel gruppo di casupole, lui abitava lì. Era uscito dal cortile e aveva camminato lungo quella collina, e facendolo la indicava con il dito, seguendo il sentiero di sabbia tra il verde scuro. Tommaso pensava che allora, a dicembre, doveva essere tutto nero e avvolto nel lattiginoso coperchio della nebbia. Vedi?, poi era venuto lì, era sceso per quella riva ed era finito sulla strada principale, aveva percorso cinquecento metri, e poi aveva fatto questo stesso cammino fino qui al capanno. Ci aveva messo il suo tempo certo, ma quando era arrivato doveva ancora esserci un filo tremulo di chiaro; il fatto di parlare alla ragazzina che non c'era lo aiutava a dire tutto questo (Tommaso nella sua stanza ora pensava a questa immaginazione dominante, ma si convinceva che lui l'avrebbe scritta diversa, perché non era questa, questa immaginazione dico, quella che lui voleva dire agli altri).
E' venuto e si è accucciato, continuò Tommaso a voce alta, tu non lo sai, ma lui si accucciava quasi sempre, aveva un che di animale, io me lo immaginavo come un piccolo cane, oppure come un procione, domestico e selvatico. Chissà cosa avrà pensato, certo te lo chiederai anche tu ora, ma cosa pensano le bestie? Sognano? Immaginano? Provano sentimenti? E' un mistero, carina (sì le avrebbe detto carina, così con la voce vagamente miagolante, se fosse stata qui davanti a lui), un mistero capire se gli animali sentono qualcosa, se i bambini di dieci anni pensano qualcosa, se noi tutti proviamo veramente qualcosa, oppure se abbiamo un'apatia meglio organizzata.
E' stato qui, vedi?, vieni più vicino, ecco così, si è seduto in questo angolo. Ah, li hai notati anche tu questi bidoni di veleni per le piante. Li ha visti anche lui, proprio, come te ora. Solo che lui li ha presi, ha aperto i tappi e senza pensare, o pensandoci?, li ha buttati giù. Ha bevuto dell'insetticida, del topicida e altri acidi per gli attrezzi.
(Quando suonò il telefono alla casa famiglia, rispose una ragazza, se la ricordava Tommaso, che sorrideva, perché si era appena fidanzata, ma il sorriso si ruppe e si chiuse. Non disse niente, neppure una lacrima, ma andò dal padre, di questa casa famiglia, e parlò all'orecchio, l'uomo si morse le labbra sottili, aveva una faccia bianca bianca. Poi si avvicinò alla televisione, e la spense sul più bello, un gol della squadra del cuore di quasi tutti i presenti. I ragazzini si lamentarono, urlarono, lui senza alzare la voce disse: "Scusate, hanno trovato Tomacek nel capanno di una vigna poco lontana da qui. Hanno detto che ha bevuto, almeno sembra, del veleno e ora è in coma". Poi strinse il pugno e non disse una parola.
Tornato a casa, in uno stato di confusione che non dava requie, Tommaso si accorse che la notizia si era sparsa in un lampo, lo sapevano tutti. Tutti davano la colpa agli altri: alla madre, alla società, al paese, alla vita. Ad ogni cosa. C'era già chi parlava di suicidio o di disgrazia, come se trovare la giustificazione di una morte così empia, così distruttiva potesse servire da placebo).
E i giorni a venire era andati via così, lui, Tomacek, in coma all'ospedale e noi nelle nostre case, Tommaso era di nuovo in mezzo alla vigna piantato, e raccontava tutto questo. Cerca, fece ancora lui alla ragazza immaginaria, di capire che non c'era speranza, l'avevano detto i medici, ma lui, Tomacek, teneva duro per tutti quei giorni. E fu natale e fu santo stefano e lui sempre a mezz'aria, purgatoriale sopra di noi, sopra le nostre vite. Poi non ce la fece e finalmente morì nel pomeriggio del 31 di dicembre.
A Tommaso, che stava seduto davanti allo scrittoio, dove tutto questo era nato involontariamente, parve di capire il segreto nascosto di tutta questa morte; gli sembrò di averlo chiaro davanti come una sensazione di tutto il corpo, come qualcosa che gli premeva dentro, che gli montava da dietro e stesse per uscire allo scoperto. Fu un attimo e gli rimase di quel segreto, che aveva intuito raccontando nella sua testa ad una ragazzina immaginaria la storia di Tomacek, soltanto l'impressione che fosse qualcosa di brutto.
Sapeva Tommaso che questo termine 'brutto' era poco elegante e forse niente evocativo, ma cercando nella sua testa, l'unica parola che gli tornava su era questa e con lei una serie di sensazioni altrettanto fastidiose e dolenti.
*
Brutto, si disse Tommaso, mentre stropicciava alcuni foglietti, che erano sullo scrittoio, e mordeva il tappo della penna, brutto sarà la parola dominante di questo racconto. Sì, disse e mosse il capo come per convincersi che avrebbe dovuto imbastire un intero racconto su quel termine, su quella sgradevole sensazione che aveva dentro di sé e che gli era tornata, ricordando il giorno della morte di Tomacek.
Quello che venne dopo, pensò Tommaso, ognuno l'avrebbe facilmente intuito: la poesia orrenda scritta sull'agenda, i sensi di colpa nascosti da un'alterigia sempre più marcata, il camuffamento di questa storia in mille rivoli, il nascondimento di sé, l'odio per Tomacek, che l'aveva illuso con quella promessa di felicità insopportabile e celeste, e poi la dimenticanza, la chiusura di tutto nella memoria.
Gli sembrò che ogni cosa fosse necessariamente brutta, brutto il suo televisore in bianco e nero, che rimandava la faccia dappoco del sindaco del paese, che parlava difendendosi, brutte le sue preghiere elevate al signore per cercare di capire il perché della morte di Tomacek. Ed era stato brutto il modo in cui lui, Tomacek, se ne era andato, senza un saluto, una virgola per nessuno, senza spiegare niente, soltanto uscendo di casa, camminando lungo i crinali della collina, per poi rifugiarsi nel capanno e bere tutto quel veleno.
Quel brutto veleno che nascosto dentro di lui aveva fermentato e gli aveva bruciato l'esofago, lo stomaco e l'intestino, che aveva prodotto ulcere interne e sbocchi di sangue, che aveva reso brutto il volto di Tomacek, che era bello nella sua innocenza. No questo no, si bloccò Tommaso, no Tomacek era bello proprio perché non era innocente, anzi in lui la bellezza era tale proprio perché presagiva la sua fine e il male che avrebbe lasciato sulla terra, che avrebbe causato con la sua morte: proprio questo lo rendeva luminoso e puro, come un'idea o un fantasma. E la bruttezza dell'oggi, della sua tomba nella terra, del suo corpo trovato mezzo morto, assiderato per il freddo e scorticato dagli acidi, non faceva che dare a Tommaso l'immagine pungente e maligna di quella bellezza senza innocenza, che si era manifestata nel suo grembo quel giorno in cui Tomacek aveva dormito sulla sua pancia.
Sapeva, Tommaso, ma non l'aveva detto a nessuno, che anche quel desiderio, non solo quello di una morte subitanea per resistere a tutta quella felicità, ma l'altro, quello più chiuso, era altrettanto brutto; e brutta era la sua persona nel dire questo, invece di rendere conto del dolore, che lui sentiva ed era reale, per la morte di Tomacek. Quando finì di pensare tutto questo (era stato un incubo?), prese un nuovo foglio bianco e scrisse con una calma strana: "La televisione in bianco e nero rimandava l'immagine del sindaco, mai come allora avevo pensato quanto potesse essere estraneo un viso noto, ripreso in tivù...". Ma la sera puntuale è arrivata a sigillo
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